L’Italia è la prima Nazione al mondo a vietare la commercializzazione e l’importazione della carne in vitro. Pochi giorni fa, infatti, il Presidente della Repubblica ha promulgato il disegno di legge, voluto dal ministro dell’agricoltura Francesco Lollobrigida, sulla cosiddetta carne sintetica (“Disposizioni in materia di divieto di produzione e di immissione sul mercato di alimenti e mangimi costituiti, isolati o prodotti a partire da colture cellulari o di tessuti derivanti da animali vertebrati nonché di divieto della denominazione di carne per prodotti trasformati contenenti proteine vegetali”).

Poiché però la legge riguarda il mercato unico europeo è stata notificata alla Commissione Europea, la quale ha 90 giorni per esprimersi in merito; la legge è dunque sospesa fino al 4 marzo 2024. 

L’obiettivo principale di questa legge è la protezione del patrimonio agroalimentare italiano.

L’opinione pubblica, come spesso accade quando si dibatte su un’innovazione, è ricca di pregiudizi. In questo articolo andremo dunque a spiegare come viene prodotta la carne in vitro, quali sono le differenze rispetto alla carne tradizionale e quali potenzialità potrà avere in futuro.

Iniziamo con il precisare che la carne in vitro è costituita esclusivamente da cellule animali, per questo motivo l’uso dei termini sintetico o artificiale per indicare questo tipo di carne è improprio e soprattutto fuorviante: ciò porta infatti a pensare a un prodotto composto di stravaganti sostanze chimiche, mentre la carne a base cellulare o carne coltivata (questa è la nomenclatura giusta) è al cento per cento naturale.

La carne a base cellulare è prodotta utilizzando tecniche pionieristiche della medicina rigenerativa (branca della medicina che si occupa di riparare, rigenerare o sostituire tessuti o organi danneggiati); prima fra tutte è l’utilizzo delle cellule staminali. Queste cellule costituiscono la materia prima del corpo, ovvero generano tutte le cellule con funzioni specializzate. 

All’inizio delle ricerche queste cellule venivano prelevate dal feto dell’animale, causandone la morte; questo diede origine a questioni etiche incentrate sulla sofferenza del feto durante il prelievo; ma grazie all’avanzamento della scienza ad oggi è possibile prelevare le cellule staminali anche dal bovino adulto; la carne a base cellulare è perciò vivamente sostenuta dagli animalisti come alternativa agli allevamenti intensivi e alla macellazione.

I principali ostacoli allo sviluppo del mercato della carne a base cellulare, oltre all’ignoranza dei governi o dei consumatori, sono il prezzo e il gusto. Il costo di produzione è, infatti, ancora troppo elevato e molte aziende stanno valutando di combinare la carne coltivata con proteine vegetali molto più economiche: alcuni imprenditori pensano che sia addirittura impossibile la vendita di hamburger al cento per cento di carne a base cellulare. Per quanto riguarda il sapore alcuni studi mostrano che la carne a base cellulare è meno amara e meno acida rispetto alla carne tradizionale; in aggiunta nei supermercati di Stati Uniti, Singapore e Israele sono iniziati a comparire prodotti a base di carne coltivata: nei prossimi mesi avremo quindi una risposta più precisa in merito all’opinione del palato sulla carne coltivata.

Sicuramente possiamo confidare nella scienza per rimuovere sia gli ostacoli economici sia quelli del sapore che si pongono all’ascesa nel mercato della carne coltivata.

Il successo sul mercato della carne coltivata è difatti inesorabile a causa del suo basso impatto ambientale; si calcola che nel 2033 questo mercato potrebbe valere ben 2,1 miliardi di dollari. 

L’allevamento di animali è la principale causa d’inquinamento dell’aria e dell’acqua e di emissioni di anidride carbonica e quale soluzione migliore della carne coltivata? Per rispondere a questa domanda bastano i dati resi pubblici da un recente studio: la produzione di carne a base cellulare riduce del 45% l’ammontare di energia necessaria alla produzione della carne, richiede solo il 98% in meno del terreno di cui l’industria della carne tradizionale ha bisogno, genera il 96% in meno delle emissioni di gas serra e utilizza il 78% in meno di acqua rispetto a essa. 

La carne coltivata è inoltre molto più salutare: crescendo in un ambiente sterile essa non ha bisogno di pesticidi o antibiotici; questi ultimi, usati nell’allevamento tradizionale, sono la causa principale dell’insorgere di ceppi batterici antibiotico-resistenti.

Un altro vantaggio di produrre la carne in laboratorio è la possibilità di alterare i valori nutrizionale, per esempio diminuendo i grassi associati al colesterolo e al cancro al colon e aggiungendo i salutari Omega-3.

L’Italia si lascia dunque sfuggire l’ennesima grande opportunità per una legge nata da un volantino, non c’è miglior commento a questo strafalcione del governo di quello della scienziata e senatrice a vita Elena Cattaneo: “In sostanza, tremila Comuni, venti Consigli regionali e – si dice – due milioni di italiani, rispondendo a un richiamo puramente emotivo che nulla ha a che fare con la razionalità, hanno sottoscritto un manifesto ideologico e terroristico basato su affermazioni fattualmente infondate, dove scienziati e ricercatori sono rappresentati come loschi e oscuri avvelenatori. Non c’è da stupirsi, mi si perdoni la digressione, se sempre più giovani studiosi fuggono da un Paese dove sono oggetto di una considerazione sociale tanto infamante e menzognera.”

 

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