And dreadful objects so familiar, that mothers shall but smile when they behold their infants quartered with the hands of war.

Certo, non ci troviamo in una situazione di tale disperazione. Non nostre sono le parole della maledizione di Marco Antonio, che predice e quasi spera come punizione dei tirannicidi Bruto e Cassio un futuro tanto grondante sangue che allora le madri saranno felici anche solo di stringere i loro figli martoriati dalla guerra.

Tale disperazione risulterebbe anacronistica, in quanto veniamo da un lungo periodo di pace in cui la pulizia etnica, l’estirpazione di uno Stato nonché la guerra fra superpotenze globali sono cadute in disuso, incompatibili con le istituzioni democratiche ed essenzialmente pacifiche stabilitesi dopo la seconda guerra mondiale.

Questo, almeno per l’Europa e le superpotenze, può essere creduto un discorso condivisibile. Certo gli Stati Uniti hanno sempre messo il loro zampino in Medio Oriente, e il colonialismo europeo dei gioghi economici e i governi fantoccio ancora miete le sue vittime. Pure i grandi Stati sono stati pacifici per molto. La guerra fredda è emblematica in questo senso e le armi nucleari, apprezzabili o meno, hanno posto un monito inesorabile alla capacità dei guerrafondai. I quattrini splendenti prima tramutatisi in missili balistici, in armi di distruzione di massa, in elicotteri che mirano a civili mentre, in patria, il popolo digiuna, ora sono stati volti in vaccini, posti letto, aule magne, più efficienti e snodate autostrade.

È ragionevole affermare che dal 1945, compreso il massimo orrore di cui era capace una guerra, ci siamo progressivamente disabituati ai conflitti e anche solo un singolo attacco terroristico nel nucleo dell’Occidente aveva senso di evento nefasto e irrimediabile. E se tutti si ricordano dove erano, cosa facevano l’11/9, cosa che vuol dire che anche solo un minimo accenno di violenza 20 anni fa aveva effetto di torcere gli stomaci, oggi impassibili leggiamo le notizie dei morti lontani.

E dunque uno si aspetterebbe che, inviolati dalla guerra, i nostri coevi dovrebbero restare profondamente impressionati dai raid su Gaza, dai cimiteri di massa di Buca, dalle mattanze di Hamas.

Con tutta la nostra pace, tali conflitti dovrebbero spingerci a riflessioni sulla legittimità delle guerre, indignarci, scandalizzarci e spingerci a canalizzare questi sentimenti forti e radicali nel ricordo delle battaglie partigiane che ci hanno consegnato pace e democrazia, nella consapevolezza di privilegi da tempo dimenticati. E di tali querimonie ne abbiamo intasate le orecchie le prime settimane dopo il nuovo conflitto, dopo il nuovo caso mediatico. Dopo, nulla. Questi eventi scompaiono ma rimangono attivi, arrivano munizioni guerriglia bombardamenti su ospedali arruolamenti convulsi, ci si immagina questo ciclo con una noia spaventosa come dietro a un sipario, come se ogni conflitto fosse uguale e riconducibile a una formuletta, ma di fatti noi presto ne perdiamo le tracce, non ci sforziamo nemmeno, quelle come fumi gravosi ed esotici svolazzano, aspettandoci a più alte quote, se mai ci sforzassimo di alzarci per rammentarle.

Perché, per quanto disassuefatti, e dunque facilmente impressionabili, noi rimaniamo pur sempre uomini.

L’Ucraina doveva essere un cambio di paradigma, l’ipotesi di una nuova guerra alle porte dell’Europa, conseguenze imminenti e che avrebbero rannuvolato la nostra vita personale. Se non ci avesse coinvolto l’Ucraina, la Palestina sarebbe succeduta, dandoci sempre una nuova opportunità per dimostrarci coscienziosi cittadini del mondo. Ma non lo siamo; e sembra quasi insito nella natura umana questo guardare al proprio giardino in primis, questo gretto andare avanti per la propria perché la vita scorre; e perché la guerra, alla fine, è insita nell’uomo; e non è che si possa fare altro che indignarsi inutilmente per le scelte dei potenti, che imperterriti, volti nuovi vecchio vizio, ci mettono a tacere con uno sciò.

Ma la normalizzazione della guerra, soprattutto dopo un lungo, anomalo periodo di pace, ci mostra quanto ci sia semplice svincolarsi dagli altri. Il male succede e questo ricevere il male non è carne che si lacera alla notizia di ogni singola morte, quanto carne che diviene scorza, che attutisce sempre meglio lo spasimo della tragedia.

Se il male lontano non ci indigna più, quanto dovrà essere vicino per farlo?

Normalizzare la guerra, anche e soprattutto quando dovrebbe essere cosa ormai mostruosa, dà un segnale preciso a noi stessi, ai martoriati e ai governi, carnefici o non: a noi non interessa, continuate.

Il popolo è troppo indaffarato per restare al passo con tutti gli aggiornamenti oltreoceano, per addentrarsi nei torbidi fumi dell’informazione, propagandata, polarizzata, sempre di parte. Informarsi richiede tempo, occasione di farlo e una tenacia infaticabile; e i pochi sempre in allarme ci appaiono quasi come individui illuminati, di altre, inarrivabili categorie.

Ma gli operai, chi va avanti a forza di levatacce, loro come possono aggiornarsi con la guerra? Non sono da biasimare. Siamo noi eletti, la futura classe pensante, la privilegiata a poter e dover prendere parte e alzare la voce sugli eccidi in fieri ricordati, in fieri dimenticati, quelli avvenuti ed erosi, i commemorati.

Perché piegarci languidi alla scusa di un’informazione, che pure regna queste guerre, spossante da trovare, abbassa il discernimento umano della comunità globale e pensante, le fa giudicare i conflitti più comprensibili, i crimini sempre turpi ma come inevitabili. Regrediamo al passato, ne incorporiamo la mentalità. E non scendere in piazza avverte i tiranni a infierire contro i popoli non rappresentati, a seviziarli; ad aspettare solo qualche mese che non se ne parlerà più; che l’opinione pubblica si accontenterà delle sue medie altezze, ricordando della morte solo quando l’aroma dell’altrove gli taglierà la strada.

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