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Questa è l’immagine che noi diamo o è l’immagine che le altre persone percepiscono?
Questa generazione è differente in quanto vittima della globalizzazione: fra le generazioni
che ci hanno preceduto e quelle che ci succederanno noi siamo la sola sulla quale l’arrivo
della globalizzazione ha gravato maggiormente. Noi siamo giunti fin dalla nascita in un
mondo attrezzato di telecomunicazioni apparentemente eterne ed infinite, un mondo dotato
di una vastissima conoscenza della quale ognuno di noi può fare uso. In un mondo simile
noi siamo nati. Nel complesso delle generazioni che hanno interagito con Internet noi siamo
quella di mezzo, noi siamo la generazione di cambiamento. Si potrebbe dire che siamo
l’adolescenza di questa fascia di generazioni perché noi viviamo nel limbo
dell’inconsapevolezza, un territorio nel quale non sappiamo ancora che cosa ci stia
succedendo, che misure dovremmo adottare e in che direzione ci stiamo dirigendo.
In un mondo del genere esistiamo noi, e con noi il Social, che per alcuni è la causa del
malessere che si infrange contro la nostra salute mentale, profeta di irraggiungibili canoni
estetici o mezzo per insulsi ideali, si crede che questo debba avere un qualche limite, che
vada posto un limite. La collettività si cura della nostra salute mentale perché il Social, come
il despota, è quello che tormenta le nostre menti e ci fa vivere costantemente nel luogo
angusto delle nostre insicurezze. Però, prima di accanirsi contro un singolo tiranno, bisogna
capire che ruolo esso abbia nella nostra società. Il Social nasce per comunicare, per
diffondere e per mettere in contatto persone distanti un miglio e persone ai poli opposti del
nostro mondo; dunque come potrebbe un mezzo di comunicazione essere fautore di
malessere? I messaggi che attraversano i social non possono essere privi di mittente, come
le accuse, o le offese, non provenissero da nessun oratore. Perciò dovremmo interrogare su
quale sia il vero fattore di corruzione, i social o le persone?
In più si dice che noi abbiamo una visione distorta del nostro benessere mentale, e questo
non possiamo contestarlo. Non si può dire che noi giudichiamo con occhio razionale il nostro
rapporto con i social e con Internet come può farlo un esterno perché noi siamo immersi in
quella che riteniamo essere la normalità, viviamo all’interno di un mondo che per noi è
sempre stato quello, e nel quale ci siamo adattati come ci faceva più comodo: lo smartphone
è stato ed è uno strumento interessante, amorevole, che ci intrattiene in modo totalmente
innovativo rispetto alla realtà che ha invece accolto i nostri genitori; ma forse
quest’amorevole smartphone si è rivelato piuttosto soffocante senza che ce ne
accorgessimo. Su questo noi faremo sempre fatica ad esprimerci, perché siamo le stesse
cavie di quest’analisi, e non possiamo avere un parere oggettivo.
Ma dire in modo generale che la nostra concezione della salute mentale è distorta è
inevitabilmente sbagliato: la globalizzazione ci ha in qualche modo sfruttato, rendendoci le
vittime del suo sbarco nel mondo, ma questo non implica che ci abbia recato solo dispiaceri.
Noi siamo stati i primi ad usufruire veramente di una conoscenza così ampia giungendo ad
una maturazione inimmaginabile; sotto certi aspetti la nostra intelligenza si spinge ben oltre
quella che ha caratterizzato le generazioni passate, perché noi siamo figli di un’epoca
classica e di una neonata epoca informatica, quindi capaci di apprendere da entrambe. La
nostra capacità di concepire l’uomo, la sua salute mentale e ciò che ne consegue è
generalmente più profonda di come lo è mai stata, e questo è dimostrato dal semplice
rapporto con i nostri genitori, i nostri zii, i nostri nonni: apparentemente noi dimostriamo più
tatto, più consapevolezza e una maggiore capacità di leggere tra le righe del comportamento
umano.
Attenzione però a credere che quella parte di ideali propagandati dalle nostre generazioni,
che sono visti come estremismi, siano frutto di queste capacità. Non è forse più che usuale
misinterpretare? Per questo è più che possibile che un’ampia quantità di persone confonda
questo cambiamento nella percezione dell’uomo come un dato di fatto, e giunga poi a
renderlo legge prima che questo sia maturato.
Ancora una volta dovremmo chiederci se sia giusto cercare il marcio di Internet piuttosto che
indagare su chi sta dietro Internet, sulla vera causa prima. L’uomo continua a credere di
subire gli oltraggi di ciò che ha creato quando è lui stesso a manovrarlo. Dunque è giusto
mantenere questo atteggiamento vittimistico e puntare il dito contro un mezzo? È forse
giusto?

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