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I dati demografici mostrano una chiara diminuzione della popolazione italiana. I 59 milioni di residenti al primo gennaio 2022 potrebbero ridursi a 45,8 milioni nel 2080. Nello stesso anno, il numero di persone in età lavorativa potrebbe essere equivalente alla somma dei minori di 14 anni e over 65 (nel 2022 il rapporto era di circa tre a due). Mentre diminuisce il numero medio di figli per donna, questo panorama avrà un impatto non indifferente a livello sociale ed economico: una popolazione complessivamente più vecchia, più sola, che richiede maggiori spese di assistenza sanitaria e con meno forza lavoro, che rischia, quindi, di diventare insostenibile per il sistema pensionistico.

Analizziamo il problema.

Con la legge n.903 del 1977 sulla parità di trattamento tra uomini e donne in materia di lavoro sono entrate in vigore delle misure che permettono alle donne una maggiore indipendenza in ambito professionale. Tuttavia, secondo il “Rapporto Plus 2022. Comprendere la complessità del lavoro” dell’INAPP, il 18% delle donne smette di lavorare  dopo la nascita del primo figlio e soltanto il 50,2% ha un lavoro dopo il parto (con una percentuale che scende al 35,6 % al Sud e nelle isole). I principali motivi del non lavoro dopo la maternità sono libere scelte familiari e personali (52%), perdita di lavoro a causa di licenziamento o contratto non rinnovato (29,1%) e valutazioni sulla convenienza della propria occupazione (18,7%). Complessivamente, dal rapporto di Save the Children “Le Equilibriste: la maternità in Italia 2022” risulta che il 42,6% delle donne tra i 25 e i 54 anni con figli non è occupata. Questi dati fanno emergere l’inadeguatezza dei servizi di welfare e una scarsa disponibilità e accessibilità, anche economica, degli asili nido.

Una delle più grandi difficoltà per un genitore è infatti trovare una sistemazione per il suo neonato: permettersi una figura che lo accudisca durante l’orario di lavoro è un lusso che solo poche famiglie possono avere e per quanto riguarda i centri specializzati si può riscontrare lo stesso problema. A causa di questa situazione, qualche settimana fa, la premier Meloni ha annunciato l’iniziativa di fornire degli aiuti a tutte le famiglie. Lo scorso 16 ottobre il Consiglio dei ministri ha approvato il testo che prevede un incremento del bonus asilo, cioè una misura di rimborso delle rette da parte dell’Inps. Attualmente il bonus si ferma a 2.500 euro tra 25mila e 40mila euro di Isee e arriva a 3mila euro l’anno sotto la soglia di 25mila euro. Grazie alla nuova proposta il contributo annuale per i nuclei familiari con Isee sotto i 40mila euro passerà a 3.600 euro, a condizione che nel nucleo familiare sia già presente un figlio sotto i 10 anni e che il secondogenito nasca nel 2024. Questo disegno e la promessa di aumentare il numero di asili punta a cambiare in meglio le condizioni di vita di una famiglia con più figli, favorendo così le nascite tra la popolazione italiana.

Se da una parte la componente più giovane della nostra popolazione sta calando in valori numerici, è importante anche capire quanto gli anziani vengano davvero tutelati e assistiti. È ormai noto che l’aspettativa di vita stia migliorando grazie al progresso della medicina e al miglioramento della qualità della vita, che ha portato ad un aumento esponenziale della longevità. Entro il 2065, infatti, la vita media dovrebbe crescere fino a 86,1 anni per gli uomini e fino a 90,2 anni per le donne. Inoltre, si assiste a una redistribuzione demografica senza precedenti, in cui entro il 2050 la proporzione di anziani tenderà a raddoppiare, passando dall’11% al 22% della popolazione totale. Tuttavia, ne segue un rapporto tra popolazione attiva e non attiva sempre più sproporzionato, e un aumento dell’onere socioeconomico correlato alla cura, all’assistenza e alle spese previdenziali destinate agli anziani. Dal 2017 al 2022 siamo passati dalle 296 mila persone con oltre 65 anni residenti in case di riposo, chiamate anche “RSA”, alle 362 mila, con un boom negli ultimi due anni post pandemia. Le “RSA” sono strutture fondamentali dove le persone possono ricevere una giusta assistenza, essendo tenute sotto controllo da medici e infermieri, e sentirsi in un luogo sicuro e protetto. Tuttavia, chi intende usufruire di questo servizio deve confrontarsi con un aspetto che non può essere tralasciato, ovvero il costo elevato. Infatti, molte case di riposo richiedono un esborso economico non indifferente, che mette in difficoltà sia gli ospiti sia i loro familiari. E’ importante sottolineare che la maggioranza degli anziani riceve una pensione molto bassa: secondo i dati INPS, i pensionati con una quota mensile inferiore ai 1.031,16 euro sono il 37% (6 milioni di individui). Per essere più chiari, la media giornaliera del costo del soggiorno in RSA va dai 106 ai 120 euro, con oscillazioni che variano in base alla regione in cui si trova la struttura.

Nel breve termine, l’intervento che può apparire come il più efficace per il calo demografico è quello relativo a un aumento degli ingressi e a una diminuzione delle uscite dal Paese. Se da una parte, già da alcuni anni, l’immigrazione è riuscita a bilanciare parzialmente la diminuzione dei residenti, si è ormai consolidato un alto livello di migrazioni dal nostro Paese verso l’estero; circa 100 mila cittadini italiani, infatti, emigrano ogni anno prevalentemente in Europa. Una parte importante di essi sono giovani con un buon livello di istruzione che fuggono dall’Italia non solo per i salari, mediamente più bassi nel nostro Paese, ma anche per poter svolgere il lavoro per il quale hanno studiato. Riuscire ad arginare, almeno parzialmente, questa fuoriuscita rappresenterebbe un grande risultato per il problema del calo demografico. E’ necessario quindi cambiare profondamente le politiche sul lavoro e sui salari, per rendere l’Italia un paese più attrattivo. 

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