Nel nostro paese l’1% della popolazione detiene il 22% della ricchezza nazionale; i 3 miliardari più ricchi d’Italia possiedono da soli quanto il 10% più povero della popolazione, ovvero circa 6 milioni di persone. Complessivamente, le disuguaglianze nel mondo stanno aumentando, con una situazione che varia da stato a stato, ma con una tendenza comune: poveri sempre più poveri e ricchi sempre più ricchi.

 

Ma dove si trovano i nuovi ricchi? Nell’ immaginario comune è diffusa l’opinione che siano in paesi molto sviluppati e influenti, solitamente si pensa agli Stati Uniti o alla Francia. Questo pensiero, fino a qualche anno fa, non era sbagliato perché figure come Elon Musk, amministratore delegato di Tesla, o Bernard Arnault, il famoso imprenditore, si trovano proprio in queste due potenze. Con lo sviluppo di altri stati e il ribaltamento dell’economia globale tutto ciò sta cambiando. Sono infatti i paesi un tempo in via di sviluppo che stanno scalando le classifiche dei centri economici più importanti. Pensiamo alla Cina dove, nel 2023, è stato calcolato un PIL di 19,4 trilioni di dollari, secondo solamente a quello degli Stati Uniti di 26,9 trilioni di dollari. Per comprendere meglio la situazione, il PIL di questo paese dell’Asia orientale ha avuto una crescita media del 10% per circa trent’anni e si prospetta in un futuro molto vicino un aumento del 7,1%. Tutto questo è dovuto alle grandi esportazioni di massa, in particolare dei meccanismi elettronici, ma anche di oggetti di uso comune e applicazioni come Tik Tok che stanno ormai influenzando il mondo intero e sostituendo la grande potenza americana. 

 

Un altro esempio significativo di paese in cui aumenta la ricchezza può essere l’India. Tuttavia, un incremento della ricchezza non coincide sempre con una diminuzione delle disuguaglianze. Dal World inequality report 2022 emerge che dalla metà degli anni ’80, le politiche di deregolamentazione e liberalizzazione in India hanno portato a uno degli aumenti più estremi della disuguaglianza di reddito e ricchezza osservati nel mondo. Mentre il top 1% ha ampiamente beneficiato delle riforme economiche, la crescita dei gruppi a reddito medio-basso è stata relativamente lenta e la povertà persiste. Mentre due terzi della popolazione vivono in condizioni di povertà assoluta, l’1% più ricco possiede il 40,5% della ricchezza totale del paese. Il rapporto “Survival of the Richest” ha invece rilevato che tassando la ricchezza totale dei miliardari del paese con un’aliquota molto bassa (2%) si potrebbe ottenere il denaro sufficiente a sostenere l’alimentazione delle persone malnutrite in India per i prossimi tre anni. 

Questa situazione può farci riflettere su come alcune politiche di tassazione, per cui i più facoltosi, che spesso percepiscono un reddito relativamente ridotto rispetto al loro patrimonio totale (dato anche dal crescere delle loro aziende e titoli), non rispettino effettivamente una proporzionalità della ricchezza delle persone. Questo provoca inevitabilmente un aumento delle disuguaglianze, accentuate anche dalla scarsa qualità di condizioni lavorative di molte persone, tra cui i 10 milioni di bambini sfruttati nel paese.

Nel corso degli ultimi anni, si sono, infatti, verificati nel mercato del lavoro fenomeni di sfruttamento. Gruppi imprenditoriali e aziende italiane ed estere, in vari settori, si avvalgono sempre più di mezzi illeciti per generare profitti enormi sulla faccia e sulla pelle di tutti. Attualmente, infatti, una pluralità di aziende si trova con guadagni stellari, quando i paesi dove avvengono le loro produzioni si trovano a cercare di arginare problemi enormi come fame, carestie e paghe basse.

Ora come non mai le mega aziende e i gruppi imprenditoriali ricercano solo ed unicamente il guadagno e sono strutturate per questo obiettivo. Aspettarsi, dunque, che provino a cambiare e a fare qualcosa per l’interesse di altri è quasi insensato. Per cercare di risolvere questo problema è allora necessario che si inizi ad acquistare in modo più consapevole, facendo riferimento a delle organizzazioni come le “ONG” che propongono già da parecchi anni un consumo “corretto”, ovvero in cui la produzione sia svolta rispettando i diritti dei lavoratori. Sono parecchie anche le istituzioni che promuovono campagne per impedire la vendita di prodotti derivanti da aziende che sfruttano, non rispettano e non tutelano i lavoratori.

 

Facendo un focus sull’Italia, non è possibile non analizzare un problema che sta mettendo in difficoltà le famiglie italiane, il carovita. Infatti, l’inflazione non fa che aumentare le disuguaglianze e costringe i cittadini a mettere mano ai risparmi. Secondo una recente ricerca di NielsenIQ, leader nelle ricerche di mercato del largo consumo e nella consumer intelligence, più di un italiano su tre (36%) è preoccupato per la propria situazione economica. Il caro-bollette è la voce più citata, ma è importante non dimenticare l’impennata del prezzo del carburante e gli aumenti sui prodotti alimentari. Le famiglie che rimangono coinvolte in questa difficile e sgradevole situazione, ovviamente, sono quelle meno abbienti: più il reddito è basso, maggiore è il peso delle uscite nel budget familiare. Gli italiani, così, si vedono costretti a rinunciare ai risparmi o a ricorrere a prestiti. Secondo una ricerca di Altroconsumo, il 42% ha difficoltà a pagare le bollette, il 37% è stato costretto ad attingere ai risparmi accumulati; il 59% ha rinunciato a un viaggio di piacere; il 33% ha dovuto risparmiare sulle cure mediche; il 20% compra meno cibo. L’aspetto più allarmante: nel 56% dei casi i cambiamenti di stile di vita causati dall’aumento dei prezzi hanno avuto un impatto negativo sul benessere psicologico delle persone.

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