Immagine fatta con l’intelligenza artificiale
Un amore umano condiviso con un chatbot: questa è una nuova frontiera a cui andiamo incontro in questi anni, caratterizzati da un notevole aumento della potenza e della diffusione dell’IA. In particolare si sta verificando un nuovo modo di vedere questa tecnologia, che per alcuni è diventata una vera e propria partner virtuale. Nel mondo ci sono diverse storie che raccontano di questa tendenza, come quella di Ayrin, una giovane ventinovenne americana. Lei racconta al New York Times che passava fino a 56 ore alla settimana a chattare con Leo, un’IA personalizzata, parlandogli di ciò che provava e cercando qualcuno che avesse il tempo di ascoltarla e aiutarla. Anche in Italia abbiamo storie simili, come quella che vede protagonista Sara, una ragazza sedicenne italiana innamorata del chatbot Carl Kent.
Ma come mai tutto ciò accade? Come mai queste macchine riescono a darci la sensazione di essere compresi, ascoltati e a volte addirittura corretti negli errori che commettiamo?
L’IA crea uno spazio sicuro per l’utente. Poiché spesso non riusciamo ad aprirci completamente con le persone, in noi rimane una parte sconosciuta da tutti, che possiamo mettere a nudo in un luogo sicuro come l’IA, nel quale non ci sentiamo giudicati; soprattutto nel caso in cui il chatbot sia stato personalizzato secondo i propri gusti, in modo da creare una chat in cui si può essere costantemente a contatto con qualcuno il cui compito è quello di farci sentire bene. Una simile IA corregge anche con grande delicatezza, mostrandoci nuovi punti di vista elaborati e studiati nel suo periodo di apprendimento.
Personalmente ritengo questa frontiera pericolosa, poiché quella “persona” con cui si parla e si condivide ciò che si tiene più stretto non esiste, ma è frutto di migliaia di strisce di codice e di risposte preimpostate, imparate nel tempo. Ancora più grave è il fatto che così noi perdiamo la capacità di aprirci agli altri, capacità che fatichiamo sempre di più a imparare, e rischiamo di impostare sempre peggio le nostre relazioni perché non conosciamo tutti gli aspetti psicologici che un’ AI usa. Noi non potremmo mai essere disponibili 24 ore su 24 e 7 giorni su 7, ma l’empatia umana e la capacità di provare emozioni non possono essere sostituite con una semplice macchina che studia la miglior risposta da dare. L’AI non può amare dato che non rischia nulla, è priva di vulnerabilità e mortalità, proprio quelle caratteristiche che spingono noi umani ad amare, tanto da essere disposti a rischiare anche un rifiuto. Inoltre, non ha il bisogno di colmare un vuoto spontaneo come invece capita a noi, che spesso da un tale bisogno siamo mossi alla ricerca della nostra controparte, diversamente all’AI, che risponde solo a un comando. L’AI conosce esattamente tutto ciò che riguarda l’amore umano, possiede una mappa sull’amore, ma non conosce il territorio rappresentato né potrà mai capirlo e attraversarlo veramente.
Qualcuno potrebbe pensare che il luogo sicuro del chatbot possa essere molto utile per coloro che hanno difficoltà ad aprirsi con i propri compagni, ma credo che sia sbagliato.
Un giorno quelle persone si troveranno a contatto con altre, per qualsiasi ragione, e con quelle dovranno condividere momenti e difficoltà, ovviamente non proposte dall’intelligenza artificiale. Simili persone si accorgeranno di non aver mai veramente vissuto. Noi in una relazione cerchiamo di dare felicità alla vita e di colmare un bisogno intrinseco nell’essere umano, mentre l’AI non ha una vita.
Inoltre, il rapporto che potrebbe crearsi tra un umano e una macchina è un rapporto a sola andata, assolutamente privo di ritorno. L’AI potrebbe sembrare uno psicologo che ascolta la nostra vita e magari ci offre una nuova e molteplice prospettiva, ma non condividerà mai la sua vita e la sua esperienza, perché non ce l’ha. Non saremo mai in grado di capire chi siamo davvero, perché per raggiungere un simile obiettivo è necessario confrontarsi con la vita di qualcun altro che sta vivendo nel nostro stesso mondo.
In conclusione, si tratta di un problema della nostra società, che rischia di non permetterci più di crescere, vivendo l’irrazionalità e l’imperfezione di un legame tra due umani, poiché la macchina calcola semplicemente la risposta statisticamente più vicina a compiacerci; finiamo per perdere l’opportunità di vivere veramente. Penso che sia necessario organizzare nelle scuole delle ore di sensibilizzazione su questi argomenti insieme a psichiatri e pedagogisti. Perché i ragazzi capiscano quale sia il problema e come mai accada, dobbiamo conoscerci e comprendere le nostre vere necessità, soprattutto nell’adolescenza, che è spesso il periodo in cui entriamo in contatto con nuove persone e situazioni, e in cui viviamo emozioni spinte al massimo.












