Sedetevi comodi, perché là fuori c’è qualcuno disposto a pagare oro per leggere le vostre chat, molto più di quanto pensiate. L’Intelligenza Artificiale ha una fame insaziabile di noi: non le bastano più le enciclopedie o i libri di testo per imparare a pensare, adesso vuole sapere i nostri problemi, conoscere le nostre imperfezioni e provare le nostre emozioni. Il mercato dei dati non cerca la perfezione, cerca il nostro disordine quotidiano. E la parte peggiore è che glielo stiamo servendo su un piatto d’argento. Molto spesso siamo noi stessi a regalare questi dati ogni giorno, senza renderci conto che tutto ciò che pubblichiamo, le chat, le foto, i video o i vocali, sono informazioni preziosissime che diamo in pasto ai sistemi di IA. Accettiamo “Termini e Condizioni” e cookie in un secondo e condividiamo contenuti con estrema leggerezza, regalando pezzi della nostra vita forse a nostra insaputa.
Per capire quanto la situazione sia arrivata al limite, basta guardare cosa è successo di recente negli Stati Uniti dopo il fallimento della compagnia aerea Spirit Airlines. Quando l’azienda è andata in bancarotta, tra i beni messi all’asta non sono finiti solo gli aerei o i mobili degli uffici, ma un intero archivio di conversazioni: oltre 100 milioni di e-mail e più di 500 milioni di messaggi interni che i dipendenti si erano scambiati sul lavoro. A farsi avanti per comprare tutto questo pacchetto, per circa 10 milioni di dollari, è stata Google. Ed è qui che ci si chiede il perché. Come noi ben sappiamo, i modelli di IA hanno superato la fase in cui dovevano studiare i testi accademici. Oggi gli algoritmi, per sembrare umani, hanno un bisogno disperato del nostro caos: l’ironia, le discussioni, la rabbia, il modo spontaneo in cui gestiamo un problema o una lite. Google non vuole spiare il singolo dipendente, vuole copiare le dinamiche della nostra mente.
Personalmente, però, devo essere sincera, tutto questo mi terrorizza. Mi spaventa l’idea che ci siano macchine e aziende che studiano il nostro linguaggio e le nostre fragilità solo per imparare a simularci e diventare il più verosimili possibile. Osservare la tecnologia che prova a riprodurre ogni singola sfumatura del comportamento umano mi dà un senso di angoscia. Ho come l’impressione che gli algoritmi si stiano allenando per sostituirci, rendendo replicabile tutto ciò che fino ad oggi è stato considerato unicamente nostro e al sicuro dentro di noi. Sono consapevole che l’Intelligenza Artificiale possa aiutarci a svolgere compiti complessi e velocizzare il lavoro, ma sono altrettanto sicura che non potrà mai sostituire davvero l’essere umano. Ciò che ci rende unici è la parte invisibile: la complessità imperfetta con cui ci conosciamo nell’intimità, le scelte che facciamo e le emozioni che ci legano agli altri. Ognuno di noi è percepito in modo diverso da chi ha intorno, ma l’unica prospettiva completa al 100% è quella che abbiamo di noi stessi: solo io so davvero cosa penso, cosa provo e perché mi comporto in un determinato modo. Nelle relazioni non usiamo uno schema fisso, non siamo algoritmi; ci adattiamo, cambiamo e soprattutto abbiamo bisogno degli altri per esistere, perché da soli non sopravviveremmo un solo minuto.
Proteggere la nostra impronta digitale non significa essere contro il progresso, serve a ricordarci che la nostra spontaneità, la nostra identità e i nostri legami non sono merce da mettere all’asta.
Costanza Fazio











