Oggi le sale operatorie italiane rischiano davvero di rimanere vuote. Secondo i dati ANSA diffusi nell’ottobre 2026, circa un terzo dei posti nelle scuole di specializzazione in Chirurgia generale è rimasto sguarnito. Si tratta di un segnale d’allarme chiaro, perché i laureati evitano questa strada scoraggiati da condizioni che rendono il lavoro incompatibile con la propria vita privata.
Scegliere la chirurgia richiede sacrifici enormi fin dal percorso di studi, con una specializzazione che dura ben 5 anni contro i 3 o 4 di altre branche cliniche. A questo si aggiungono le urgenze indifferibili, turni prolungati oltre l’orario e la reperibilità continua. Inoltre c’è un carico di lavoro fatto anche di visite e burocrazia, che rende quasi impossibile conciliare lavoro e famiglia. Pesa poi la responsabilità medico-legale: il rischio continuo di contenziosi e i costi assicurativi elevati creano uno stress quotidiano, anche se una semplice complicanza non equivale affatto a un errore medico.
In questo quadro merita attenzione anche la questione di genere. Infatti secondo i dati ISTAT del 2024, le donne rappresentavano il 46,3% dei medici specialisti in Italia, ma erano solo il 19,2% dei chirurghi, contro il 32,9% degli uomini. Un divario evidente, legato spesso alla difficoltà di conciliare i ritmi della sala operatoria con la vita personale.
C’è chi sostiene che per risolvere questo problema basterebbe togliere il numero chiuso a Medicina. Io ritengo che aumentare gli studenti senza migliorare le condizioni di lavoro non fermerà la fuga verso altre specializzazioni o verso l’estero. Le vere soluzioni vanno cercate in un intervento strutturale su più fronti. Infatti bisognerebbe agire per aumentare le condizioni di vivibilità e l’organizzazione del lavoro su un primo fronte, agire anche sulle tutele medico-legali e assicurative in un secondo fronte e inserire soluzioni sul percorso formativo e di carriera.
Per quanto riguarda il primo punto si potrebbe effettuare una divisione delle attività e una riorganizzazione dei turni, proponendo una netta divisione tra attività di sala operatoria, gestione delle urgenze e lavori burocratici-amministrativi. Si potrebbe attuare un alleggerimento dal punto di vista burocratico introducendo figure di supporto per i reparti chirurgici cosicché i medici possano concentrarsi sull’attività clinica senza accumulare ore extra in burocrazia. Potrebbero essere aggiunte anche delle tutele specifiche per la maternità o la paternità e flessibilità nei turni.
Passando al secondo punto si potrebbe pensare di limitare la responsabilità penale solo in caso di colpe gravi o dolo, portando l’Italia a seguire gli standard di alcuni Paesi europei su quella che si chiama “medicina difensiva”. Poi un’altra soluzione sarebbe far sì che sia il Servizio Sanitario Nazionale a farsi carico delle polizze assicurative per i chirurghi, eliminando così una spesa ingiusta e cospicua per chi opera.
Arrivando poi all’ultimo fronte si potrebbe pensare di far entrare gli specializzandi nelle sale operatorie e far eseguire loro alcuni interventi con progressiva autonomia fin dai primi anni, permettendo di vivere i cinque anni in modo gratificante e professionalizzante. Si potrebbero prevedere oltretutto indennità specifiche per le specializzazioni ad alto rischio (come lo è chirurgia) e anche percorsi di carriera più rapidi per chi lavora nelle strutture pubbliche
In conclusione, la chirurgia si salva solo restituendole vivibilità e garanzie. Servono una riorganizzazione dei turni, tutele legali adeguate e un ambiente di lavoro più equo, altrimenti la sanità pubblica rischia di rimanere senza chi possa operare.










