Silver Economy”

Ecco un’altra colorita espressione che si aggiunge al nostro ricco vocabolario moderno; ma “Is it worth it?”

Siamo davvero sicuri di poter e voler utilizzare questa nuova terminologia senza rischiare di definire un nuovo confine che interessa la nostra società e che potrebbe trasformarsi in un’ulteriore discriminazione andando ad incrementare quel “social gap” che cerchiamo da sempre di eliminare?

Prima di rispondere però facciamo un passo indietro e rispondiamo ad un altro interrogativo: che cos’è la “Silver Economy”? Come si può facilmente dedurre dall’aggettivo inglese “silver”, la “Silver Economy” è un modo forse “elegante” per definire un’economia che vede come suoi protagonisti gli anziani, in particolare la fascia che comprende gli over 65, che hanno lasciato, per raggiungimento dell’età pensionistica, la loro fase “socialmente produttiva” per entrare in un successivo periodo in cui si rimane “passivi” in relazione alla capacità di produrre reddito.

Questo segmento di popolazione infatti è statisticamente in crescita rischiando di arrivare ad esporre la società ad un ampio sbilanciamento nel rapporto numerico tra giovani e anziani. In Italia, la nostra popolazione “Senior” ammonta ad oltre 14 milioni di individui, di cui oltre 3,5 milioni di over 70 che vivono in piena solitudine e costituisce il 24% della totale. La situazione però è destinata a peggiorare. Secondo le proiezioni dell’Istituto italiano di statistica, nei prossimi venti anni circa, le famiglie italiane arriveranno a 26,6 milioni, ma la crescita riguarderà principalmente le famiglie monocomponenti, mentre le famiglie con figli segneranno un calo del 14,4%, legittimando quello che oggi viene chiamato “inverno demografico”.

Il giornalista Luca Tremolada, in un suo recente intervento, ci conferma infatti che nei prossimi vent’anni un italiano su cinque vivrà da solo e che, per questo, occorrerà sottoporre la nostra società a vari cambiamenti per adeguarla anche logisticamente a questa situazione. Il giornalista sottolinea che non ci si deve preoccupare solo dell’utilizzo di nuove tecnologie, come l’AI che può rappresentare un nuovo significativo supporto, ma ribadisce che sarebbe necessario addirittura “riprogettare le città”, costruendo nuovi luoghi sociali in cui gli anziani possano ritrovarsi e sentirsi meno soli tra di loro.

Ma questo cosa vuol dire? L’anziano che va in pensione deve essere confinato in un suo spazio con altri suoi simili? È giusto generalizzare giungendo a simili conclusioni rispetto a tutte le persone che hanno raggiunto l’età pensionistica? 

Ritengo che le parole di Tremolada vadano commisurate alla capacità di un “anziano” di essere ancora socialmente attivo ed utile al prossimo più che alla sua età anagrafica e quindi pensionistica, a partire dal supporto essenziale che lui fornisce alla sua Famiglia.

É certamente necessario tener conto degli sviluppi demografici che caratterizzeranno i prossimi decenni per essere pronti a dare tutto il sostegno che meritano gli anziani, specie quelli soli, sia per il lavoro svolto durante tutta la loro vita che per il sostegno che di fatto ci offrono e che va al di là dei sussidi “artificiali” di cui tanto si parla. Ma nel far ciò occorre prestare molta attenzione a non creare delle barriere culturali che verrebbero appoggiate alle mura di una struttura per anziani, isolandoli dal mondo esterno in modo prematuro, lasciandoli solo in attesa della visita di una persona a loro cara.

Il supporto agli anziani deve essere presente ma proporzionale alla necessità che loro stessi manifestano realmente e questo dipende da quanto siamo disposti, nel pieno della nostra giovinezza, a riconoscerci capaci di tenerli uniti a noi cercando modi alternativi per continuare ad integrarli nella società.

Chi più di un chirurgo anziano può insegnare meglio le tecniche operatorie ad un giovane medico che, nel contempo, gli fornisce nuovi strumenti e nuove tecnologie? Non è l’unione che fa la forza?

Perché non pensare opzionalmente di fornire un ingaggio di Supervisor o Consulente post pensionistico per esempio per riunire gli estremi e chiudere il cerchio formativo associato al percorso di studio? Quanto ne gioverebbe il giovane apprendista? E, quanto gioverebbe ad un anziano mantenere viva la fiducia in se stesso pensando di poter essere ancora utile al mondo, anziché pensare di doversi solo ritirare in solitudine?

Come dico sempre il giusto sta nel mezzo e la preoccupazione di voler risolvere un problema o uno squilibrio reale deve sempre mantenerci attivi e propositivi ma senza che questo possa dar luogo a mancanze di fiducia o peggio di rispetto verso chi ha percorso la sua ruota ed ora sta discendendo verso il guadagnato riposo. 

Credo, quindi, che dovremmo impegnarci nel raggiungimento di una società che veda come protagonisti giovani e anziani che collaborano e si supportano a vicenda l’uno insegnando all’altro ciò che ha imparato dalla propria esperienza di vita. Una vita non intesa come un percorso che termina con la fine della propria carriera lavorativa ma come un viaggio fatto di tante tappe che vanno vissute Tutte con la stessa intensità.

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