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E ce l’abbiamo fatta. Certo non bisogna festeggiare troppo forte, le nostre voci devono restare un minimo contenute di fronte al futuro incerto; ma quello dell’AI Act è un traguardo raggiunto non da poco.

Per la prima volta siamo giunti a un accordo in materia di AI; e ciò è avvenuto con un documento che affronta in maniera viscerale quasi tutti gli argomenti di dibattito che l’intelligenza artificiale potrebbe presupporre; tutto, in più, viene analizzato secondo un unico principio fondante: i diritti individuali sono più importanti del profitto, del progresso e della sicurezza collettiva.

Ora, quest’affermazione non è del tutto vera. 

Infatti nel documento, a fianco delle innumerevoli, scrupolose misure atte a preservare la libertà degli individui, figurano anche accenni a possibilità future di sandbox regolamentari, ambienti in cui le aziende dell’industria AI possano sperimentare nuove soluzioni tecnologiche senza sottostare ai regolamenti, con l’obiettivo di promuovere l’innovazione.

Allo stesso modo, se è vietato agli impianti di polizia l’utilizzo di tecnologie biometriche, di meccanismi di prevenzione dei crimini, per combattere abusi, insieme questo stesso utilizzo è legittimato in tre occasioni: “Prevista ed evidente minaccia di attacco terroristico; ricerca di vittime; persecuzione di seri crimini”.

Dunque quasi ogni provvedimento dell’AI Act tende alla libertà del singolo, tranne per queste due precisazioni: la prima, che antepone il profitto e il progresso ai diritti; la seconda, che ai diritti antepone la sicurezza collettiva.

L’ovvia paura è che questi casi isolati, concepiti dalla comunità internazionale come uniche occasioni in cui i diritti supremi verrebbero adombrati, assumano sregolatezza; che queste parentesi si trasformino in occasioni grazie a cui i governi possano ledere, anche nel rispetto dei diritti che permea il resto del documento, la privacy della collettività.

Questo intestardirsi verso i governi, che sarebbero dunque pronti a qualsiasi male, disposti a qualsiasi trucco per raggirare la legge, abili nell’introdursi nelle ambiguità legali, deriva da una lunga tradizione di soprusi, velati o meno, ai danni dei diritti di altri o dei propri stessi cittadini.

La lezione del Patriot act è ancora scottante. È importante che la comunità internazionale abbia riconosciuto che la privacy dovrebbe essere un diritto costantemente tutelato, e non scontato non solo nei regimi totalitari, quanto anche in quei governi in cui la privacy dovrebbe essere tutelata per principio, come le democrazie. Difatti anche le nostre stesse democrazie, forme di governo che solo nella distopia dovrebbero poter ingannarci e opporci, possono avvalersi dei mezzi di inganno e di demagogia tipici dei regimi del passato e dei totalitarismi dell’oggi.

Non basta relegare l’utilizzo biometrico delle AI ai casi estremi di “minaccia di attacco terroristico”, perché abbiamo benissimo constatato quanto queste definizioni possano essere distorte. 

Un attentato non è necessariamente un attentato, quanto più ciò che viene dipinto come tale.

Tutto, tutto si può giustificare con una minaccia terroristica, che sia questa provata o meno, concreta o volatile. Si possono restringere diritti, dichiarare guerre ingiustificate, insabbiare crimini contro l’umanità e imbavagliare il libero giornalismo. E tutto questo è stato commesso, in questi anni, dalla democrazia statunitense.

Dunque è ovvio porsi degli scrupoli nel regolamentare tecnologie che, se utilizzate machiavellicamente, potrebbero offrire soprusi spropositati, inauditi. Poter predire i crimini, individuare le emozioni dei propri cittadini.  Tutto questo indubbiamente attira e ci offre nuove prospettive che a primo acchito potrebbero inquietarci. 

Ma insieme, seppure anche io tremi all’idea di tali Minority report divenuti realtà, non dobbiamo sottovalutare l’importanza dell’innovazione. 

Se infatti il profitto, fra i valori alternativi anteposti ai diritti cittadini, mi sembra ampiamente sacrificabile, e la sicurezza nazionale può spesso dare adito a strumentalizzazioni politiche, il progresso è quasi tanto sacro quanto i diritti personali.

Fare un passo avanti nel progresso richiede coraggio, sì; ma questo è sempre avvenuto in passato. Anche ai nostri predecessori i passaggi che hanno portato ai computer di oggi, alle macchine industriali, al fuoco, hanno suscitato trepidazione.

Pure questo avviene semplicemente perché puntare sul progresso scientifico è un rischiare tutto quello che abbiamo per poter migliorare esponenzialmente la nostra vita; trasformarla, sconcertarla sì, ma aprendo nuovi orizzonti che danno vertigine.

Mai infatti dovremmo limitarci alla nostra epoca, considerandola come l’ultima espressione dell’umanità. 

C’è sempre qualcosa in più, un nuovo paese verso cui siamo restii a partire ma che potrebbe riservarci enormi sorprese. Pure questo viaggio non avverrebbe senza precauzioni; anzi l’equilibrio fra un atteggiamento critico verso le grandi aziende e i governi e uno concessivo verso di loro dovrebbe fare da padrone.

Ce l’abbiamo fatta, sì, possiamo dirlo ad alta voce.

Ma così come in questi mesi l’intero mondo è stato scosso dalle crescite esponenziali dei programmi AI, e queste tecnologie ci sono sembrate come mostruose, non è detto che altri sviluppi di tale celerità e cambiamento non debbano accadere.

Pure non possiamo prevedere, oggi, tali rivoluzioni. 

C’è un limite alla nostra chiaroveggenza, ed è quello dei nostri mezzi umani; delle conoscenze degli uomini del settore, che, per quanto periti, non sono certo profeti. 

Per quanto possiamo oggi, dovremmo solo stoicamente rallegrarci di questo progresso, e adottare un approccio che anteponga i diritti individuali al profitto, all’innovazione e alla presunta sicurezza pubblica in ogni nostro rapporto con la tecnologia.

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