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La riapertura dei conflitti tra Israele e Palestina, che da decenni tormentavano il Medio Oriente, non fa che peggiorare le situazioni di crisi. Sappiamo che la maggior parte dei Paesi del Medio Oriente sono i principali detentori del petrolio e del gas naturale (oltre la Russia), infatti possiedono all’incirca il 60% delle riserve naturali petrolifere, di cui il 55% viene richiesto a livello globale. Già a partire dalla scorsa settimana i prezzi dei gas naturali si sono innalzati del +16%, arrivando a toccare un costo di £45/ megawatt, mentre al momento i costi del petrolio sembrano rimanere più stabili con un aumento del solo +4% ($88/barile). Se i Paesi arabi decidessero di coalizzarsi contro Israele, non si potrebbe escludere la possibilità di un ritorno alla crisi energetica degli anni Settanta, in cui i costi dei petroli avevano raggiunto cifre enormi. Gli Usa per risolvere la crisi economica del Paese avevano cominciato a stampare grandi quantità di dollari portando così all’aumento dell’inflazione. 

Oggi di fronte a questa nuova crisi, i mercati finanziari preferiscono investire i loro soldi sugli acquisti dei beni come il petrolio, l’oro e il dollaro per prevenire l’innalzamento dei prezzi, anziché investire nei progetti sugli sviluppi dei microchip in Israele come facevano prima della guerra. D’altra parte Israele da anni rappresenta uno dei Paesi più sviluppati in tutto il mondo, su cui hanno voluto investire potenti aziende come Apple e Microsoft.

Il valore del dollaro riprende a crescere mentre quello dell’euro è sceso sotto 1,055 provocando un aumento del 6% a 18.5 punti su 20 punti, la soglia tra un mercato tranquillo e agitato, secondo il cosiddetto “indice della paura”.  

Al momento i mercati finanziari sono molto preoccupati sull’andamento della guerra poiché essa segnerebbe a sua volta le tendenze economiche dell’intero mondo; in tale situazione si sarà certamente più propensi ad investire in Paesi più stabili dal punto di vista geopolitico ed economico come ad esempio la Cina. 

Dato un simile quadro ci si potrebbe chiedere quale sia davvero l’obiettivo degli Stati Uniti. Gli Usa sono il principale sostenitore della guerra tra Ucraina e Russia e fra Israele e Palestina, essi non sono coinvolti militarmente ma economicamente attraverso le vendite delle armi. Tale situazione si mostra molto simile a quella degli Usa durante la prima e la seconda guerra mondiale quando riuscirono ad arricchirsi proprio attraverso questo approccio. Potrebbe trattarsi di una nuova strategia per rallentare lo sviluppo economico in determinati Paesi? Oltre al guadagno, cos’altro ricaverebbero da questi conflitti? 

L’andamento dell’economia ora è totalmente nelle mani dei Paesi arabi, se questi ultimi decidessero di allearsi contro Israele e gli Usa si potrebbe ipotizzare un’altra eventuale crisi energetica del ventunesimo secolo.

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