Trent’anni fa era una scacchiera, poi è diventato un tavolo da Go, oggi è un circuito dove droni volano a centinaia di chilometri all’ora. L’ultima volta è successo all’Università di Delft, dove un drone autonomo chiamato MonoRace ha battuto piloti umani, persino tre ex campioni del mondo. Prima ancora, a Pechino, un robot runner ha corso la mezza maratona e ha infranto il record umano. Di fronte a questi risultati, ci chiediamo se la tecnologia ci stia davvero superando in tutto. Oppure forse dovremmo chiederci se stiamo usando il metro giusto per misurare il successo. Forse non si tratta di vincere, ma di capire cosa conti davvero.
Condivido pienamente il parere di Luca Tremolada del “Sole 24 ORE” quando afferma che stiamo assistendo a due campionati completamente diversi. Infatti celebrare MonoRace come “vincitore” sull’uomo è un paradosso: stiamo facendo gareggiare due entità che non giocano nemmeno con le stesse regole. Da una parte c’è la biologia, dall’altra l’algoritmo. La sfida uomo-macchina è un falso mito, perché il vero obiettivo del progresso non è battere l’essere umano nello sport o nella vita, ma creare una sinergia in cui la tecnologia sia al servizio della nostra creatività. Lo scopo dell’intelligenza artificiale non deve essere quello di gareggiare contro l’uomo per sostituirlo, ma di affiancarlo come uno strumento che ci permetta di superare i nostri limiti.
Immaginiamo ad esempio di voler migliorare il nostro rovescio nel tennis o il nostro tiro a canestro. Invece di avere un compagno di squadra umano che si stanca dopo un’ora, potremmo usare un robot programmato. Esistono macchine e sistemi robotizzati capaci di lanciare palline da tennis con effetti millimetrici imprevedibili oppure bracci robotici nel basket che restituiscono e tirano palloni ricreando esattamente le situazioni di difesa di una vera partita.
Allo stesso modo potrebbero essere perfezionati gli esoscheletri robotici o i tutori intelligenti che già adesso permettono ad atleti di recuperare da un infortunio grave o a persone con disabilità di poter praticare ugualmente e senza ostacoli lo sport che amano.
D’altra parte, non sono pochi coloro che sostengono che l’evoluzione inarrestabile dell’intelligenza artificiale e dei robot dimostri ormai una netta superiorità della macchina sull’uomo. Secondo questa visione, se un drone autonomo riesce a battere i campioni del mondo su un circuito, significa che le capacità biologiche umane sono destinate a diventare obsolete, superate da una tecnologia più veloce, precisa e infallibile.
Per capire quanto sia sbagliato questo confronto, basta tornare al senso originale della parola competizione, che dai tempi dell’antica Grecia significa “andare insieme verso un traguardo” per misurare i propri limiti. La competizione umana vive di sforzo, emozioni e consapevolezza. Il robot, al contrario, non gareggia: esegue un’equazione senza provare nulla.
Pretendere di mettere uomo e macchina sullo stesso piano significa smarrire il significato stesso di gara.
Non esisterebbe più una gara se si sostituissero gli atleti veri e propri con dei robot perché questo significherebbe strappare allo sport la sua autentica anima, ossia l’imprevedibilità. La bellezza di una competizione sta nel colpo di scena dell’ultimo momento, nel superamento del limite umano grazie alla forza di volontà o nel momento di debolezza che cambia ogni previsione; tutti aspetti che un algoritmo, progettato per fare calcoli esatti e ripetitivi, non potrà mai offrire.
In conclusione, il futuro dello sport e del progresso non si gioca sulla rivalità tra uomo e macchina. I robot e l’intelligenza artificiale non devono scendere in campo per rubarci la scena, ma per fare da specchio e da supporto ai nostri sforzi, aiutandoci a correggere i difetti e a superare i limiti biologici. La vera vittoria, in fondo, non sarà dimostrare che la macchina è più veloce di noi, ma capire come fondere insieme intelligenza artificiale e ingegno umano





