L’informazione, in ogni epoca, non è mai stata un semplice specchio neutrale della realtà.
È piuttosto un filtro: seleziona, organizza e interpreta i fatti, inevitabilmente influenzata da
interessi, contesti culturali e strumenti tecnologici. Anche quando non esiste un’intenzione
esplicita di ingannare, il modo in cui una notizia viene raccontata contribuisce a costruire
una certa visione del mondo. Con l’evoluzione dei media, questo processo si è amplificato,
dunque la linea tra informazione, interpretazione e manipolazione è diventata sempre più
sottile. Un aspetto particolarmente rilevante della contemporaneità è la crescente
sofisticazione dei contenuti ingannevoli: non si tratta più soltanto di notizie completamente
inventate, ma di materiali ibridi che mescolano elementi autentici e alterati in modo quasi
impercettibile. Tecnologie come l’IA generativa permettono di creare testi, immagini e video
estremamente realistici, ma anche di intervenire su contenuti reali modificandoli in modo
mirato. Questo rende sempre più difficile distinguere il vero dal falso, soprattutto quando le
manipolazioni sono essenziali e strategiche.
In questo scenario, la disinformazione non consiste solo nel diffondere il falso, ma anche
nel creare incertezza e nel moltiplicare le versioni dei fatti. È proprio su questa base che, in
contesti più delicati come quelli politici o bellici, la manipolazione dell’informazione trova
terreno fertile e assume un ruolo ancora più incisivo, perché controllare il racconto significa
spesso controllare anche il consenso. Già durante la Prima e la Seconda Guerra Mondiale,
governi e apparati militari producevano immagini, notizie e racconti selezionati o alterati per
rafforzare il morale interno e demonizzare il nemico.
Una foto satellitare reale, ad esempio, può essere leggermente modificata tramite sistemi
di IA, aggiungendo elementi plausibili (veicoli, danni, infrastrutture) oppure rimuovendo
dettagli scomodi. Ancora, grazie a tecnologie avanzate, è possibile far dire a leader politici
cose mai pronunciate, oppure immagini o video reali, ripresi in altri momenti o luoghi,
possono essere riproposti come se fossero attuali.
Diverse inchieste condotte da BBC Financial Times, AFP e NewsGuard hanno
smascherato una serie di immagini satellitari e video realizzati con l’AI che hanno inquinato
il racconto del conflitto tra Iran, Israele e Stati Uniti.
Uno degli esempi più citati dai giornali internazionali, tra cui The Hindu e Chosun Ilbo,
riguarda un post pubblicato su X dal Tehran Times, un quotidiano vicino al governo
iraniano. Il post mostrava un “prima e dopo” della base aerea di Al Udeid in Qatar,
sostenendo che i radar statunitensi fossero stati completamente distrutti da un attacco di
droni. L’analisi forense di BBC Verify ha rivelato che l’immagine di partenza era uno scatto
reale di Google Earth del 2025. L’AI era stata istruita per aggiungere crateri e fumo nero
sugli edifici.
Un altro esempio documentato da CBS News riguarda il famigerato carcere di Evin a
Teheran. Pochi minuti dopo un attacco israeliano, ha iniziato a circolare su X un video in
bianco e nero, simile a una ripresa di una telecamera di sorveglianza, che mostrava una
massiccia esplosione all’ingresso della struttura. Esperti dell’Università di Berkeley hanno
confermato che si trattava di un video generato con strumenti Image-to-Video. I segnali del
falso erano sottili ma inequivocabili: l’insegna sopra la porta conteneva caratteri senza
senso e la dinamica del fumo non seguiva le leggi della fisica.
NewsGuard ha segnalato un’immagine, circolata su account pro-Iran, che mostrava
l’ambasciata americana a Riad, in Arabia Saudita, avvolta dalle fiamme dopo un presunto
attacco missilistico. Anche in questo caso, l’immagine era un prodotto artificiale.
Nonostante la drammaticità dello scatto, nessuna agenzia di stampa sul campo aveva
riportato l’evento. La particolarità di questo falso era l’uso di filtri per simulare la bassa
risoluzione delle foto scattate dai passanti, un trucco per nascondere le imperfezioni
dell’intelligenza artificiale e renderla più “autentica” agli occhi di un utente che scorre
velocemente il feed dei social.
In questo senso, la disinformazione moderna non mira solo a imporre una versione dei fatti,
ma a intaccare la fiducia stessa nella possibilità di conoscere la verità. La conseguenza più
profonda è culturale: se ogni fonte può essere sospetta, il rischio è un relativismo
informativo in cui tutto vale quanto il suo contrario.
È proprio in questa incertezza che la propaganda riesce a diffondersi più facilmente.





