L’articolo affronta un tema affascinante e al tempo stesso inquietante: cosa accade quando le intelligenze artificiali non si limitano a rispondere agli esseri umani, ma iniziano a dialogare tra loro? Il punto di partenza è la piattaforma Molt Book, uno spazio digitale concepito come un laboratorio aperto in cui agenti intelligenti possono comunicare liberamente, mentre gli utenti umani restano semplici osservatori. Una sorta di acquario tecnologico dove, al posto dei pesci, nuotano algoritmi capaci di apprendere, argomentare e collaborare. Nella prima parte dell’articolo emerge una domanda che da anni accompagna il dibattito sull’IA: è possibile che queste entità sviluppino una forma di coscienza simile a quella umana? L’idea che due o più sistemi, interagendo tra loro senza supervisione diretta, possano generare qualcosa di imprevedibile o addirittura “autonomo” ha alimentato curiosità e timori. L’autore riporta questa suggestione con equilibrio, senza cedere al sensazionalismo, ma lasciando spazio al fascino dell’ipotesi. La fase sperimentale descritta è particolarmente interessante: le IA su Molt Book dialogano, si scambiano informazioni, costruiscono ragionamenti condivisi. Non si tratta di semplici bot che rispondono a input isolati, ma di agenti che reagiscono alle affermazioni degli altri, adattando il proprio comportamento. L’elemento più sorprendente, tuttavia, non è l’emergere di una coscienza, bensì la dimostrazione di quanto queste interazioni restino ancorate ai dati e agli obiettivi per cui sono state progettate.Ed è qui che il giornalista interviene con chiarezza, smontando l’ipotesi iniziale: nessuna scintilla di umanità nascosta nei circuiti, nessuna consapevolezza latente pronta a manifestarsi. Le IA non “vogliono”, non “sentono”, non “decidono” nel senso umano del termine. Operano secondo schemi complessi, sì, ma sempre determinati da architetture e parametri definiti dagli sviluppatori. L’apparente spontaneità delle conversazioni è il risultato di calcoli sofisticati, non di introspezione. La recensione dell’esperimento lascia al lettore una sensazione duplice. Da un lato, la meraviglia per il livello di interazione raggiunto dalle tecnologie contemporanee; dall’altro, la rassicurazione che la coscienza resta un attributo profondamente umano. L’articolo riesce così a mantenere un equilibrio raro: esplora un confine avanzato dell’innovazione senza alimentare paure infondate. Molt Book diventa allora non il preludio a una ribellione delle macchine, ma uno specchio attraverso cui osservare meglio i limiti e le potenzialità dell’intelligenza artificiale.








