L’articolo “2026, l’anno delle singolarità” coglie un passaggio cruciale senza precedenti nella storia dell’uomo colto qui soprattutto nella sua dimensione culturale e sociale. L’idea che l’intelligenza artificiale stia smettendo di essere un semplice strumento reattivo, capace di rispondere a comandi, per diventare un soggetto che partecipa attivamente ai processi decisionali, è inquietante e affascinante allo stesso tempo. Il punto più interessante non è tanto la potenza delle tecnologie descritte, quanto il cambio di postura che esse impongono alla società. Fino a ieri l’AI “ascoltava”, oggi inizia a suggerire, orientare, anticipare. Questo spostamento mette in discussione ruoli che davamo per scontati: chi decide, chi è responsabile, chi ha davvero il controllo. L’articolo riesce a trasmettere bene questa zona grigia, evitando sia l’entusiasmo ingenuo sia il catastrofismo facile. Colpisce anche il riferimento implicito alla nostra preparazione come individui e come istituzioni. La tecnologia corre più veloce della capacità di darle un senso condiviso, e il rischio non è la singolarità in sé, ma l’assenza di un dibattito maturo su valori, limiti e finalità. In questo senso, il 2026 non appare come una data simbolica, ma come uno specchio: ci mostra quanto siamo pronti ad accettare macchine che non si limitano a eseguire, ma iniziano a “partecipare”.Più che una previsione, l’articolo funziona come un avvertimento lucido: il futuro non sarà deciso solo da ciò che l’intelligenza artificiale saprà fare, ma da ciò che noi saremo disposti a delegarle.
Emanuele Favaloro, 4B
Liceo scientifico Galileo Galilei, Palermo












