Negli ultimi anni i social network sono diventati uno spazio centrale della vita quotidiana, soprattutto per i più giovani. È quindi comprensibile che governi e opinione pubblica guardino con crescente preoccupazione agli effetti che queste piattaforme possono avere sullo sviluppo psicologico, sulle relazioni sociali e sulla percezione di sé degli adolescenti. La decisione dell’Australia di vietare l’uso dei social media ai minori di 16 anni nasce proprio da questo clima: più che da prove definitive sui danni, da un diffuso senso di allarme verso un ambiente percepito come opaco, incontrollabile e potenzialmente nocivo. Ma la domanda resta aperta: vietare i social network ha davvero senso?
Da un lato, le ragioni a favore del divieto sono forti. Numerosi studi suggeriscono una correlazione tra uso intensivo dei social e aumento di ansia, depressione, disturbi dell’immagine corporea e isolamento sociale. Gli algoritmi, progettati per massimizzare il tempo di permanenza sulle piattaforme, espongono i ragazzi a contenuti estremi o irrealistici, amplificando confronti e insicurezze. In questo contesto, un limite legale può apparire come una forma di tutela preventiva, simile a quelle già esistenti per alcol, fumo o gioco d’azzardo. Vietare l’accesso ai minori significa riconoscere che non tutti gli ambienti digitali sono neutri e che l’età conta anche online.
Tuttavia, le criticità di un simile provvedimento sono evidenti. La prima è pratica: far rispettare un divieto sui social network è estremamente difficile. Le piattaforme sono globali, gli strumenti per aggirare i controlli abbondano e la verifica dell’età rischia di tradursi in una raccolta massiccia di dati personali, con nuovi problemi di privacy. Il rischio concreto è che il divieto resti più simbolico che efficace, creando un’illusione di protezione senza incidere davvero sui comportamenti.
C’è poi una questione culturale ed educativa. I social network non sono solo luoghi di svago, ma anche spazi di informazione, espressione e costruzione dell’identità. Escludere completamente i minori può significare rinviare il problema, senza fornire loro gli strumenti per affrontarlo. Prima o poi, infatti, l’accesso arriverà, e senza un’educazione digitale adeguata il passaggio potrebbe essere ancora più brusco. In questo senso, il divieto rischia di sostituirsi a un lavoro più complesso ma necessario: insegnare a usare i social in modo consapevole, critico e responsabile.
Infine, c’è il tema della responsabilità delle piattaforme. Concentrarsi solo sugli utenti più giovani può distogliere l’attenzione dal ruolo delle aziende tecnologiche, che progettano ambienti pensati per creare dipendenza e monetizzare l’attenzione.
- In conclusione, vietare i social network ai minori può avere un valore simbolico e segnalare un problema reale, ma difficilmente rappresenta una soluzione definitiva. Più che un divieto assoluto, sembra necessario un approccio integrato: regole più severe per le piattaforme, educazione digitale nelle scuole, coinvolgimento delle famiglie e strumenti di tutela efficaci. Solo così l’intenzione rassicurante di proteggere i più giovani può trasformarsi in un sistema che funzioni davvero.












