Senza troppi giri di parole, il fenomeno della violenza in famiglia, è allarmante. E non si può fingere che non esista. È presente ovunque e non ha confini né barriere: nei paesi industrializzati come quelli in via di sviluppo. Non conosce differenze sociali e culturali. Le vittime e gli aggressori appartengono a tutte le classi sociali e a tutti i ceti economici. La violenza non è solo di natura fisica ma soprattutto psicologica. Un’aggressione colpisce la sensibilità, la dignità di chi ne è vittima. E di fronte ad un bambino scosso profondamente dalle continue percosse del padre, io mi chiedo quale sia il limite invalicabile nell’esercizio della violenza, quale sia la nostra sensibilità per i bisogni e le esigenze altrui. Lo intravvediamo solo quando ascoltiamo o vediamo in TV la storia del piccolo Loris, di Elena Ceste, di Sara Scazzi. Alla base c’è sempre la tendenza ad ottenere l’obbedienza incondizionata con conseguente sacrificio dei più autentici bisogni ed evidente turbamento di quel fragile equilibrio psichico. Psicologi, sociologi, antropologi, criminologi, pur nella diversità degli approcci metodologici sembrano fare intrecciare fattori sociali, psicologici ed educazionali.
Io a Marco, che ha un padre violento, che gli abbassa i pantaloni per accondiscendere ai suoi desideri, non so proprio cosa dire quando mi racconta dei suoi stupri. Al diavolo le belle parole e i buoni propositi dei grandi studiosi del fenomeno. La vita del mio amico è e sarà stravolta e nessuna cosa al mondo potrà non dico cancellare ma alleggerire il suo fardello. Io offro a Marco un aiuto concreto: gli consiglio di non fare ritorno a casa per evitare la furia devastatrice del padre. Ma, così, il mio amico rimuoverebbe, seppur per un istante, questo enorme macigno che gli impedisce di risalire la china. Una risoluzione potrebbe essere affidarsi ad associazioni per la tutela dei diritti dei minori, parlarne con esperti, denunciare con coraggio e determinazione anche il più piccolo gesto di violenza. La violenza fonda la sua ragione di essere proprio nell’omertà, nel silenzio, nella connivenza, nella rassegnazione, nella debolezza. Non assecondiamo il volere degli abusatori che sono turbati da volontà distruttive. Accantoniamo la paura e teniamo desta la nostra coscienza. Perché chi ci fa del male, indipendentemente da quale ruolo rivesta nella nostra vita o da quale vincolo sia legato a noi, merita una punizione esemplare se non addirittura l’ergastolo. Chi ci fa del male è sicuramente una persona disturbata mentalmente. Che si rinchiuda e si sottoponga a terapie psichiatriche perché non ha diritto a vivere tra noi.

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1 Comment
  1. lisa 6 anni ago

    Secondo me sei troppo drastico e drammatico: ritengo possibile che chi ha questi pessimi comportamenti, e qui concordo pienamente con le tue affermazioni, magari ha subito anch’egli, o ella, violenze da giovane e di conseguenza deve in qualche modo rivolgere la sua rabbia e il suo dolore verso altri; un po’ come i bulli, essi si comportano in questo modo per cercare di rivalersi sugli compagni nel solo modo che conoscono e che probabilmente hanno insegnato loro. Non escludo ovviamente che su questa Terra esistano pazzi furiosi con manie sessuali compulsive, essi vanno giustamente isolati e reintrodotti in societ

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