Fin dall’introduzione dei videogiochi sul mercato, ci si è sempre chiesti se essi dovessero essere fruibili a qualsiasi ragazzo, senza imporre alcuna limitazione riguardo l’età. A tale scopo è stato istituito il PEGI (Pan-European Game Information), un metodo di classificazione per i videogiochi in base a cinque categorie di età. I giochi vietati ai minori di 18 anni, tuttavia, sono presto diventati il bersaglio di numerose critiche, spesso supportate da ricerche molto dettagliate, i cui risultati evidenziano chiaramente come tali videogiochi possano portare i giocatori ad atteggiamenti ostili e violenti nei confronti delle altre persone.
A mio parere, il loro utilizzo dovrebbe essere proibito con metodi più severi: al giorno d’oggi, qualsiasi adolescente è in grado di procurarseli senza alcuna difficoltà. Ciò che molti stentano a comprendere è che in un periodo di crescita come quello dell’adolescenza, i videogiochi hanno un ruolo fondamentale, e, talvolta una decisiva influenza. Un ragazzo che ne fa utilizzo potrebbe sviluppare una sua etica, strettamente vincolata a quella del videogioco: se in esso è presente una violenza spregiudicata e gratuita, egli potrebbe convincersi del fatto che quest’ultima sia l’unico mezzo per risolvere le discussioni con i suoi coetanei. Alla luce delle precedenti considerazioni, bisogna porsi un’ultima domanda: vogliamo davvero che le future generazioni siano composte da ragazzi aggressivi e ostili agli altri?

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