La società di oggi, super tecnologica, vede gli adolescenti sin dalla giovanissima età seduti davanti schermi di telefoni, console e computer, ipnotizzati dall’innovazione del secolo: i videogame. Le diverse categorie di giochi virtuali includono anche i “vietati ai minori di diciotto anni”, quelli che comprendono atteggiamenti non indicati come modello per i giovani che crescono. Ma i videogiochi sono veramente capaci di rendere un adolescente più violento e aggressivo? Non è mai detta l’ultima parola.
Call of Duty, Grand Theft Auto, Assassin’s Creed e chi più ne ha più ne metta. E’ impossibile tenere il conto di tutti i videogiochi vietati agli “under 18” che circolano nel mercato, ma è possibile far riferimento ai dati che indicano i loro effetti sui gamer. E’ comune la convinzione che i giochi violenti facciano male ai giovani, che istighino alla violenza e che a lungo andare abbiano degli effetti irreversibili nella psiche di un adolescente. Ed è proprio qui che ci stupiscono i risultati di una ricerca intrapresa da Christopher Ferguson, psicologo della Stetson University, sulla relazione causa-effetto tra videogiochi e realtà. Secondo i dati della ricerca svolta durante il corso degli anni, all’aumentare della violenza nei videogiochi corrisponde un diminuire di atteggiamenti aggressivi nei giovani.
Come mai questi dati sono così scioccanti e soprattutto così contraddittori, rispetto alle precedenti ricerche svolte nel medesimo campo? Ferguson li considera incompleti e poco verosimili in quanto osservano gli atteggiamenti di individui sottoposti a specifiche immagini decontestualizzate.
Inoltre aggiunge che i livelli di violenza sono influenzati anche e soprattutto dal contesto sociale, ed eliminarlo, come avveniva nelle ricerche precedenti alla sua, significherebbe alterare i risultati. Appare dunque inutile vietare i videogiochi violenti ai minori quando apparentemente non hanno riscontri effettivi sui comportamenti e soprattutto quando basta anche solo accendere la televisione o navigare su internet per vedere e sentire cose peggiori.
Tutto questo però non basta a convincere i fanatici anti-game ad abbassare l’indice contro l’industria dell’intrattenimento. Pare che, contrariamente a ciò che afferma Ferguson, i videogiochi cruenti siano stati la causa ,o per lo meno la goccia che ha fatto traboccare il vaso, di vari fatti di cronaca nera. Tra i più importanti ci sono il caso della strage alla Columbine High School del 1999, negli Stati Uniti,messa in atto da due adolescenti e quello dei massacri del 22 luglio 2011 in Norvegia da parte di Anders Breivik. E’ stato accertato che gli attentatori amassero giocare con videogiochi violenti quale Doom (i primi) e Call of Duty (il secondo), giochi che se usati moderatamente non porterebbero a nessun cambiamento sostanziale, ma a lungo termine su giovani o su soggetti psicologicamente fragili, avrebbero conseguenze catastrofiche.
Dopo questi avvenimenti riprese la guerra mediatica dei genitori e degli anti-game contro le case produttrici e i loro videogiochi, definiti come passatempi che “stuzzicano l’orco che potrebbe risiedere in chi ha il joypad in mano” in quanto “istigano alla violenza e all’omicidio”. Si ottennero solo alcune modifiche quale l’omissione del sangue o la sua rappresentazione con il colore verde e la sostituzione dei personaggi da uccidere con mostri e zombie.
Dalla parte dei genitori si schierò anche il famoso (ex) avvocato Jack Thompson, particolarmente accanito contro la serie di videogiochi GTA da chiamare in causa diverse volte la società “Rockstar”, titolare del videogioco. Anche il segretario di stato Hillary Clinton parla di GTA come “ un’epidemia silenziosa che esplicita violenza e scene di sesso da rendere il lavoro dei genitori molto più duro”.
A seguito di queste svariate controversie è stato istituito , nel 2003, il PEGI (Pan European Game Information), un riferimento per classificare i videogiochi e per contraddistinguerli in fasce di età e contenuto. Nato per guidare ad un acquisto consapevole non è servito a molto in quanto, la maggior parte degli stati che riconoscono formalmente le classificazione PEGI, in realtà non la impongono per legge. E’ un po’ come dire che lo stato riconosca il danno del tabagismo e dell’alcool ma non lo vieti per legge: i riscontri sono pressoché nulli.
Giunti alla conclusione, la questione rimane ancora aperta e le risposte contraddittorie. Resta vivo il dibattito e diffusa la convinzione che i videogiochi agiscano sulla psiche non solo di adolescenti traviati e affetti da patologie mentali, ma di qualsiasi uomo medio sano di mente, poiché abituano a scene macabre, raccapriccianti, portandoci a pensare che uccidere chiunque ci capiti a tiro per un futile pretesto, sia giusto.

Commenti
  1. sarabee 7 anni ago

    L’articolo mette bene in evidenza i pro e i contro dei videogame , il difficile sta nel riuscire a tenere sotto controllo i contro a favore dei pro. I produttori di questi giochi potrebbero fare molt ma, evidentemente gli interessi che stanno sotto, sono pi

  2. Marco 7 anni ago

    Hai scritto un articolo corposo e variegato, dando informazioni sul dibattito:pro-contro i videogiochi violenti. Hai riportato le pi

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