Il virtuale, il “diverso, ma uguale”, il facciamo come se…
I videogiochi sono questo. Nei videogiochi si diventa campioni, eroi, immortali…
Per i bambini e i ragazzi non sono solo un momento di svago, ma anche di immedesimazione, non solo avventura passiva, ma storia da vivere in prima persona. Il difficile probabilmente è questo; capire dove finisce il gioco e la finzione e saper tornare alla realtà.
Attualmente, mi pare, che sui videogiochi sia in vigore la normativa PEGI, cioè un’indicazione dell’età consigliata per l’utilizzo di ogni videogioco, indipendentemente dalla piattaforma a cui è destinato. Non mi pare che si tratti, infatti, di un divieto, ma piuttosto di una classificazione per garantire che appunto questi videogiochi siano chiaramente destinati al gruppo di età più adatto e in questo modo forniscono indicazioni chiare e sicure ai consumatori (in particolare ai genitori) aiutandoli a decidere se acquistare o meno quel prodotto. PEGI 18, quindi, significa semplicemente che quel gioco è sconsigliato ai minori di 18 anni.
Si parla molto spesso di alcuni videogiochi che sono nocivi, che istigano alla violenza, ma secondo me non lo sono meno di alcuni film o serie tv. Si dovrebbe quindi vietare anche la visione di quei film? Ma come si fa? Al massimo lo si può sconsigliare (col bollino giallo) o fortemente sconsigliare (bollino rosso). Si ritorna, quindi, allo stesso principio dei videogiochi: questa tipologia di etichettature che dovrebbero essere prese come dei divieti finiscono per essere solamente dei consigli. Chi è quindi che dovrebbe bloccare la visione, o impedire l’acquisto di un videogioco ad un minore? Probabilmente il genitore, che in questo caso ha una grande responsabilità morale. È lui in primis l’educatore del proprio figlio e a lui compete questa responsabilità. È inutile, quindi, secondo me, accanirsi contro i venditori di videogiochi; piuttosto dovrebbero essere i genitori a farsi garanti della sicurezza dei propri figli, dovrebbero essere loro in prima linea nel far rispettare queste norme ai figli nel caso che lo ritengano necessario, anche perché sono loro quelli che li conoscono meglio e che sanno quali reazioni potrebbero scatenare. È giusto, quindi, imporre “limiti” ai videogiochi, ma il genitore non credo si possa sottrarre al suo dovere: avere cura della salute dei figli, intesa non solo in senso fisico, ma anche e soprattutto come benessere psichico, affettivo, morale.
Non si può neanche dire come fanno molti “eh se ci fossero ancora i videogiochi di una volta…” perché anche quelli erano violenti: erano lo specchio di un’altra epoca, di un altro periodo. Mi ricordo per esempio uno fra tanti “Metal slug”, gioco “sparatutto” in cui si dovevano uccidere innumerevoli nemici.
Il problema è, secondo me, che i videogiochi vengono presi di mira più di ogni altra cosa giudicandoli per le influenze negative che possono avere sui comportamenti dei ragazzi, ma non ritengo che cartoni animati come “Dragonball”, o i “Griffin” o i “Simpsons” (senza neanche andare a parlare dei film con scene di omicidi efferati, prostituzione) siano meno violenti o che usino un linguaggio meno volgare. Gli stessi videogiochi, inoltre, tendono sempre più ad assomigliare ad un film: non è più il semplice “hai vinto il livello, passi a quello dopo”, ma sono proprio strutturati come la storia di uno sceneggiato. Distinguere tra virtuale e realtà diventa talvolta un’operazione molto difficile, anche per gli adulti…
Trovo, perciò, doveroso il controllo e il divieto dei genitori non solo verso i videogiochi ritenuti inadeguati, ma anche verso tutti quei programmi televisivi che chiaramente lo sono. Accanirsi con i divieti solo sui videogiochi non è, quindi, secondo me, utile o per lo meno sufficiente. Di conseguenza, se non ci sono i blocchi per i bambini o i minori per i film (cosa praticamente impossibile da attuare), non vedo perché debbano esserci sui videogiochi, spesso accusati di troppe colpe. Gli unici limiti dovrebbero imporli il genitore e il figlio responsabile. Se il genitore ritiene che quel videogioco sia meglio non comprarlo per suo figlio è giustissimo che non lo faccia, ma allora non può lasciargli guardare determinati film o cartoni animati, sennò non ha senso ciò che ha fatto. È contradditorio!
Ritengo, quindi, che punire i commercianti per le vendite non “autorizzate” sia un modo sbagliato di sottrarre i genitori alle loro responsabilità di acquirenti responsabili

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