“Finalmente l’ho ucciso!” – “Oh no, mi hanno sparato” – “Ho la polizia alle calcagna!” Da dove vengono queste grida? Una sparatoria davanti a un bar? Una rapina? Una guerra? Potrebbero essere risposte corrette, non fosse per il fatto che è tutto virtuale. Si tratta delle espressioni tipicamente usate dai personaggi dei videogames vietati ai minori, nonché dai loro giocatori. Che si tratti di simulare uno scontro armato o una lotta clandestina, di impersonare un fuorilegge o un marine in missione, lo stile rimane simile per tutti i titoli: violenza gratuita, crudeltà, criminalità… sono gli ingredienti di base. Se già un simile cocktail non fosse abbastanza micidiale e deplorevole, cosa dire della sua diffusione fra i minori? Inutile chiudere un occhio: la realtà è che i limiti di età imposti sono fragili pareti di cartone. E non si tratta soltanto di chi inizia ad approcciarsi a questi giochi poco prima dell’età consentita, ma anche di veri e propri bambini, che a 10 anni sanno già cosa sono kalashnikov e C4.
Fenomeno impossibile? Non più. Arrestabile? Forse. Chiunque possegga un minimo di ragione è in grado di capire da sé il danno che questi videogames hanno sulle giovani menti. Con grafiche accattivanti e obiettivi che spronano al massimo la voglia di vincere, è facile attrarre a sé giovani menti. Allo stesso modo è facile inculcarvi la passione per l’ambiente stesso del gioco e un’insana conoscenza dello stesso. Quale bene può portare a un bambino il cimentarsi con missioni dell’esercito statunitense in Afghanistan o l’immedesimarsi con un sicario senza scrupoli? Nessuno. Siamo tutti, o quasi, concordi su questo, ma cosa possiamo fare allora? Lamentarsi serve a ben poco. Dobbiamo agire e subito. Se infatti lasciamo che il numero del limite dell’età rimanga solo una cifra stampata, ben presto non saremo più in grado di fermare la piaga. Da cosa partire? L’autorità maggiore in questo campo è detenuta dai genitori. In qualità di primi responsabili della formazione del proprio figlio, sono loro i primi a doversi battere per evitare il dilagare di questa moda pericolosa. Non si tratta tuttavia di negare l’esistenza di questi giochi, ma di rendere cosciente il giovane della loro insensatezza e pericolosità. Vietare a priori una determinata azione, serve solo a dare maggiore stimolo a compierla. È la “curiositas”, l’attrazione per l’ignoto, che trae in fallo. Accanto ai “grandi”, devono agire coloro che hanno il potere di opporsi con la giustizia e la legge. È sicuramente corretto indicare da quale età si possa iniziare a giocare, ma bisogna che il commercio vi presti attenzione. Entriamo in un bar e leggiamo “non si vendono alcolici ai minori di 16 anni”, ma perché quando entriamo in un negozio di videogiochi o in fumetteria non leggiamo “non si vendono videogiochi a chi non ha raggiunto l’età indicata”? Imporre gravi sanzioni a chi non rispetta quest’ultimo divieto, sarebbe già un passo avanti. È necessario che l’età minima non sia solo consigliata, ma obbligatoria. Sarebbe probabilmente una perdita non indifferente per le multinazionali del settore, ma sicuramente un enorme guadagno morale per l’intera umanità. L’ultimo passo, ma non per importanza, è la sensibilizzazione della comunità; come ogni grande cambiamento, si comincia dal far capire a tutti l’entità del problema. Grandi e piccoli, venditori e compratori, produttori e consumatori… tutti dobbiamo porci la domanda: possiamo ancora sopportare che un gioco vietato sia utilizzato senza scrupoli da chiunque, che la guerra sia il pane quotidiano dei nostri piccoli anche se finta? Se si iniziasse a prendere tutto ciò non come un gioco, forse la realtà, ma non quella virtuale, cambierebbe davvero.

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