Assassin’s creed, Call of Duty, Destiny, Bloodborne, GTA, sono solo alcuni dei videogames più venduti in circolazione. Tutti giochi violenti, sparatutto, di guerra in ambientazioni storiche, basati sul concetto di “open world”, ovvero di uno spazio “illimitato” nella quale è possibile girare liberamente. Già la semplice libertà di spazi e movimenti, la possibilità di attraversare senza obblighi quei luoghi sempre più simili alla realtà può essere uno dei motivi di interesse al videogioco. Inoltre, ed è innegabile, per quanto la civiltà si sia evoluta ed abbia portato avanti il concetto della pace per vivere bene,la guerra ha un fascino che da sempre attira l’uomo; ci sarà sempre una piccola parte dentro di sé così primitiva da provare piacere per le armi, il sangue, la guerra. Altro motivo di successo. D’altronde sono videogiochi fatti estremamente bene, così dettagliati che quasi è possibile vedere i globuli rossi in ogni goccia di sangue. Dietro la loro produzione ci sono una marea di persone, una marea di lavoro, eppure sono teoricamente riservati ad un pubblico ristretto, come i sopra elencati, riservati esclusivamente ai 18+. Tante sono le persone che infrangono questi limiti, io stessa per prima, e giocano appassionatamente a queste saghe, ma questi giochi fanno male sul serio? Io credo che possano essere veramente utili se ben usati e presi non troppo sul serio. Ti permettono di accrescere l’intuito, i riflessi, migliorare le capacità di problem solving e altre capacità grazie alle situazioni difficili in cui il gioco ci pone. Sono anche utili per staccare un po’ dallo stress quotidiano che a volte è così pesante che porta ad aver bisogno necessariamente di un po’ di pausa. Ma se sono così di aiuto perché vietarli? È per questo che bisogna prenderli poco sul serio. Io uccido guardie dalla mattina alla sera, in modi anche subdoli, ma mai mi sognerei di farlo nella realtà, certamente però ci sono anche bambini che prendono come idoli i protagonisti e credono che emularli, con un comportamento violento e scontroso, sia un bene. Sicuramente si tratta di situazioni generate da situazioni di difficoltà e squilibrio interne. Un negoziante avrebbe bisogno di un occhio trasparente, in grado di vedere potenzialmente le persone. Se un ragazzo sembra essere un soggetto sensibile e probabilmente influenzabile, il gioco non si venderà. Nella realtà sfortunatamente ciò non è possibile, ma non vieterei mai un videogioco. Il punto è che è una situazione difficile. Se un gioco si vietasse, se ne avrebbe comunque una diffusione underground di e sarebbe giocato ugualmente. Tale azione metterebbe solo a posto la coscienza di chi sa che ci potrebbero essere problemi, come lo stato che scrive “il fumo uccide” sui pacchetti di sigarette. Non proporrei nemmeno sanzioni per i negozianti che non rispettano i limiti d’età, alla fine della fiera, che colpa ne hanno? Sì molti guardano ai loro soldi ma, da appassionata, non troverei giusta la negazione di ore di piacere. Io credo che se l’individuo è psicologicamente forte e stabile, cresciuto con dei principi solidi in grado di vivere in società, può giocare a qualsiasi videogame violento liberamente. L’influenzabilità di una persona dipende molto dal suo cervello (è un concetto già espresso, non lo ripeterei). Forse la soluzione migliore per questi tempi in cui l’occhio trasparente (sostituirei con “magico”: non è l’occhio ad essere trasparente, ma le persone a risultarlo sotto il suo sguardo) non esiste ancora, è insegnare ai genitori quel po’ di psicologia che basta a comprendere e conoscere il proprio bambino, in modo che, dopo una veramente oggettiva (adeguata) valutazione, possono scegliere se acquistare il gioco o no, spiegandogliene il motivo, senza farsi fregare da capricci ed occhietti da cerbiatto. Così il bambino sarà in grado, perché no, un giorno di giocare, dopo che avrà capito cosa è possibile e cosa non è possibile fare nella società.

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