Le tragedie dei migranti stanno diventando una prassi regolare e ciò ci rende indifferenti quando accadono fatti del genere. Negli ultimi anni migliaia di persone hanno cercato di attraversare il mare impetuoso per scappare da tiranni e dittatori, in cerca di una speranza di vita in più. Noi, però, abbiamo anche il coraggio di augurare loro la morte e spesso li incolpiamo dei mali che affliggono la nostra società
Da cittadina europea mi vergogno di fronte alle decisioni che gli stati membri dell’UE hanno preso riguardo alla crisi migratoria. Sempre più muri vengono tirati su impedendo a bambini, donne e uomini come noi di ripararsi dall’orrore della guerra.
Mi vergogno dei miei concittadini che non danno un peso alle loro parole.
Mi vergogno dei nostri politici che fomentano odio e razzismo e si comportano da sciacalli solo per accrescere il loro elettorato. Non capiscono che delle vite sono state sottratte a corpi innocenti e che molte altre sono in balia del mare, del freddo e della polizia di frontiera.
“Io non credo nei confini, nelle barriere, nelle bandiere. Credo che apparteniamo tutti, indipendentemente dalle latitudini e dalle longitudini, alla stessa famiglia, che è la famiglia umana ” queste sono le parole di Vittorio Arrigoni, un attivista che per molto tempo si è battuto sulla questione israelo-palestinese e che gli è costata la sua stessa vita.
In fondo l’ignoranza è una “brutta bestia”: spetta ai giornalisti l’arduo compito di informare i cittadini, di fotografare la situazione riportando fatti reali e attendibili. Noi giovani invece non dobbiamo farci influenzare da idee malsane e saper valutare con occhio attento ciò che sta accadendo intorno a noi.
“Per voi siamo un peso, ci avete augurato di affogare in mare… ma noi siamo esattamente come voi. Siamo delle persone.
E se un giorno la guerra vi cogliesse impreparati, e foste costretti a fuggire, vi auguro che nel mare dell’indifferenza ci sia una mano tesa per voi.” queste le parole di una madre siriana, che ha fatto di tutto pur di salvare i propri figli.
Tra 50 anni o anche meno le foto che documentano le tragedie verranno condivise da milioni di persone che scriveranno: “Ma come è potuto succedere? Per non dimenticare”.
È così che ci laveremo la coscienza, senza saper bene a chi dare la colpa e collezionando sconfitte da ricordare un giorno all’anno. Forse fino a quando non avremo riempito il calendario di “giornate della memoria”.

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