“Il problema non è se accogliere o no, ma come farlo”.
Parto con questa frase, tratta da un articolo di Federico Fubini, pubblicato sul “Corriere della Sera”, che rispecchia appieno le mie opinioni e le mie perplessità. La questione dei migranti è stata inizialmente sottovalutata e, di conseguenza, mal gestita; ora, invece, ricopre un ruolo di spicco nei dibattiti mondiali, ma la soluzione è ancora, senza fare facili ironie, in alto mare.
Sono molteplici le proposte su come affrontare questo fenomeno: accogliere i migranti indipendentemente dal fatto che siano profughi o clandestini, chiudere le frontiere, aiutarli “a casa loro”, incentivare l’uscita dai confini nazionali mediante offerte di denaro (vedi la Svezia) … varie idee che in comune hanno ben poco.
Gli Stati europei hanno comportamenti differenti in materia e tendono a salvaguardare i propri interessi: segno evidente che “Unione Europea” è soltanto una bella parola, niente di più. La responsabilità su chi deve occuparsi dei migranti è sancita dal trattato di Dublino che, a mio avviso, è solamente uno “scaricabarile” verbalizzato, dove gli Stati che non s’affacciano sul Mediterraneo si voltano dall’altra parte e lasciano ad Italia e Grecia (prevalentemente) l’onere di soccorrere e accogliere coloro che scappano da guerre e crisi economica.
Nessun singolo Stato è in grado di affrontare questo esodo autonomamente. Il problema è risolvibile esclusivamente tramite un contributo collettivo, mettendosi una mano sulla coscienza e capendo che solamente uniti si potrà quanto meno ridurre questo fenomeno. Francamente sono stanco di discussioni sterili che non portano a nulla. Si sta forse aspettando che nel mare ci siano più cadaveri che pesci per agire?

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