Ennesima tragedia, altre vittime in mare: mentre c’è chi continua a vivere la propria routine quotidiana nelle grandi città, nelle nostre acque aumenta sempre più il numero di cadaveri. Uomini, donne, anziani che fuggono da realtà crudeli in cerca di una semplice normalità, per assicurare a se stessi e alle proprie famiglie ciò che nella madrepatria è stato loro negato a causa di guerre e persecuzione… ed il Mediterraneo continua a tingersi di rosso, trasformandosi in macabra tomba liquida. Motivo di diatribe e dibattiti politici, tale argomento sta dividendo, giorno dopo giorno, l’opinione pubblica e gli organismi competenti che si interrogano sulle possibili soluzioni a tragedie simili, quando non ne approfittano per incrementare l’odio e la paura verso lo straniero, verso il “diverso”. Sembra necessario, innanzitutto, risolvere la crisi internazionale tra i vari Stati, trovando un accordo concreto e tangibile, capace di stabilire un sistema di accoglienza condiviso e supportato da una gestione razionale delle richieste d’asilo. Fino ad oggi, però, l’Europa piange davanti all’ennesima strage senza agire, proponendo soluzioni giuridicamente e materialmente impossibili da realizzare: certo, c’è stata l’offerta di fornire navi da parte di Gran Bretagna, Spagna e Germania, ma nessuna disponibilità all’orizzonte per farsi carico dei profughi salvati che resteranno, ancora una volta, in mano ad Italia, Grecia e Malta. Pare inesistente una visione globale del problema, perché ci si limita ad osservare in modo inerte il lavoro dell’Italia, un’Italia troppo debole per sanare autonomamente questa ferita e che non può che appellarsi al risolutivo detto “l’unione fa la forza”.

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