Non passa giorno senza che si oda il grido disperato dei migranti. I mass media rivolgono allora richiami alla fratellanza umana, richieste di aiuto per tanti uomini colpiti dalla sciagura. In tali tragiche circostanze si viene a conoscenza delle condizioni disperate in cui ruotano popolazioni intere. Ci si addolora, ci si sorprende, si offre un contributo e poi si dimentica. Dopo poco tempo, infatti, le notizie clamorose, i resoconti terribili, le immagini sconvolgenti, che pure hanno profondamente turbato l’opinione pubblica, sono lentamente lasciate cadere dal cuore e dalla mente, fino alla prossima disgrazia. Come la foto del bambino annegato sulla spiaggia di Bodrum che ha indignato tanti ed è già stata dimenticata. Forse sono ormai tante le sventure e le atrocità che non fanno più notizia, come dicono i giornalisti, e non scuotano più la gente. Sarebbe invece necessario che gli stati progrediti aiutassero in maniera concreta per consentire loro di uscire dall’abisso del dolore. Ma forse non si arriverà mai a tanto. I singoli invece cosa possono fare? La commozione della gente comune è secondo me immensa e sincera, ma quando si è dato il contributo che le nostre possibilità ci permettono, che altro si può fare? Prende il posto un sentimento amaro di sfiducia e di rassegnazione. Ecco perché a certe cose subentra l’assuefazione. Purtroppo è nella natura umana pensare più a se stessi che agli altri quindi, anche volendo, ben poco si potrebbe fare. Non resta, allora che sperare in una società nella quale l’amore universale e l’aiuto internazionale prendano il posto degli egoismi e degli interessi individuali.

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