Quanto spesso siamo concretamente colpiti dall’atrocità di quello che ci viene raccontato?
Mai.
Credo sia un meccanismo di autodifesa. Sanguineremmo. Soccomberemmo.
Ascoltare le storie delle migliaia di migranti che arrivano (o non arrivano) sulle nostre coste è diventata l’assunzione della piccola dose di veleno al giorno, che ci immunizza dalla partecipazione al dolore altrui e ci rende invulnerabili.

Ma, preso atto del fatto che non possiamo evitare loro la sofferenza che li ha spinti a partire né possiamo privarli del ricordo terribile del viaggio, delle speranze diventate illusione, almeno accogliamoli.

E invece i governi e l’Europa giocano, scambiandosi e rilanciandosi alternativamente responsabilità. Così il problema permane.

Ma come integrarli nel tessuto sociale?
Tutto sta nell’ostilità dei singoli e della massa, nell’incapacità di accettare il diverso, molto più sottile e dannosa del dichiarato razzismo.
Sono i luoghi comuni, gli stereotipi, le minacce codificate da una lunga tradizione di racconti sussurrati tra comari diffidenti. O di notizie gonfiate inverosimilmente dai media.

Così, se da una parte si ha una normalizzazione della narrazione dell’insolito – che non viene percepito come tale, nel momento in cui diventa la regolare quotidianità -, contemporaneamente intorno alla sua idea generica viene scavato un solco di paura. Diffusa poi capillarmente.

Per risolvere il problema dei migranti dovremmo solo guardarli negli occhi.
Se non riusciamo a capire il loro dolore, potremmo invece, spontaneamente, renderli e renderci partecipi di una piccola felicità condivisa, di un momento comune, dell’ancestrale curiosità per chi non sembra come noi.

Istruzioni per l’uso: non erigere muri e barriere.

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1 Comment
  1. Marco 3 anni ago

    Hai perfettamente ragione,non bisogna risolvere il problema erigendo muri e barriere,bisogna prendersi carico delle loro sofferenze per capire la loro condizione. Mi

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