Nel 2000 i rappresentanti di tutti i paesi del mondo si sono riuniti nella sede delle Nazioni Unite di New York, per affermare la volontà di conseguire l’ambizioso obiettivo di ridurre della metà il numero dei poveri entro il 2015.
Siamo nel 2016 e possiamo dire ancora una volta che questo obiettivo non è stato raggiunto.
In una tale situazione diventa davvero difficile pensare se possa aver più senso donare un dollaro a un povero o a un ricco. Se dessi il mio dollaro ai 62 super ricchi che possiedono la metà della ricchezza mondiale, non avrei mai la certezza che quel dollaro non venga finalizzato ad accrescere il mero profitto dell’imprenditore, sebbene molti di questi super ricchi devolvano la maggior parte del loro capitale in beneficienza. D’altra parte se lo dessi direttamente nelle mani dei poveri, quel dollaro non aiuterebbe a cambiare definitivamente il loro stile di vita.
Invece, un dollaro dato a imprenditori orientati nel sociale, che non hanno come solo obiettivo il profitto, ma anche l’ambizione di modificare con il loro intervento le condizioni dei più poveri nella società, potrebbe essere una soluzione.
L’idea di alcuni economisti di finanziare con il microcredito la parte di popolazione più povera del pianeta si è dimostrata vincente. Il microcredito consiste nel prestare denaro (senza alcuna garanzia di restituzione) a un povero capace di far decollare un’attività che generi un reddito sufficiente a liberarlo definitivamente dalla povertà.
Non tutti abbiamo le competenze necessarie per dare vita a nuovi microcrediti, ma tutti possiamo fornire il nostro contributo affinché chi ha queste competenze si senta supportato dal resto della società; solo così si realizzeranno le parole di Muhammad Yunus, premio Nobel per la pace nel 2006: «È tempo che la nuova idea del business sociale guidi la prossima grande trasformazione del mondo, è tempo che la visione di un mondo in cui la povertà sia solo un ricordo del passato si trasformi in realtà».

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