1963, Italia: a Longarone il bacino artificiale del Vajont frana, provocando una tracimazione d’acqua che, uscendo dalla diga, sommerge i paesi sottostanti;
1976, Italia: a Seveso esplode un reattore che disperde pericolose diossine;
1978, Stati Uniti: vengono scaricati rifiuti tossici nella zona delle cascate del Niagara;
1984, India: a Bhopal esplode uno stabilimento che disperde 40 tonnellate di metilisocianato (liquido altamente tossico);
1986, Černobyl: un reattore nucleare si rompe, viene fatta evacuare una zona di 40 km di raggio, ma le radiazioni sono molto più diffuse (addirittura fino in Italia) e continuano a dare problemi, alla popolazione come all’ecosistema;
1989, Stati Uniti: in Alaska affonda una petroliera che disperde enormi quantità di petrolio;
1994, Italia: comincia il problema dello smaltimento dei rifiuti a Napoli, ancora non del tutto risolto;
2010, Ungheria: fanghi tossici fuoriescono da una fabbrica di alluminio, penetrando nelle falde acquifere e contaminandole;
2010, Stati Uniti: versamento di grandi quantità di petrolio nel Golfo del Messico, con gravi danni a livello mondiale;
2011, Fukushima: a seguito di un terremoto e di un maremoto, la centrale nucleare subisce gravi danni, che comportano la necessità di evacuare la popolazione e causano forti problemi ambientali.

Questi sono solo una piccolissima parte di tutti quei disastri ambientali che continuamente si verificano sul nostro pianeta. Negli ultimi 20 anni essi sono addirittura quadruplicati, passando da circa 130 all’anno, nella metà degli anni 80, ai 500 dei giorni nostri. Sono dati preoccupanti, ancor più se si va a contare il numero delle vittime, aumentate in media del 900% sempre negli ultimi 20 anni, e dei danni economici a cui devono sopperire ora questa, ora quella nazione; questi possono variare da qualche milione, se si tratta di fenomeni circoscritti nello spazio e nel tempo, fino a diversi miliardi di euro per catastrofi più imponenti.
Sono conosciuti anche tutti quei fenomeni per i quali non è possibile stabilire una data precisa: inquinamenti di ogni tipo, gas serra, buco nell’ozono, surriscaldamento globale… Questi, infatti, sono i più gravi, perché ad essi è più difficile porre rimedio. La natura si ribella a tanta noncuranza, e ne sono un esempio le alluvioni, gli smottamenti, i cambiamenti climatici, che portano a sconvolgimenti dell’ecosistema, “tanto che non si riesce più a capire quando Proserpina torni sulla terra dal regno degl’ Inferi per far visita alla madre”.
Ma come si è potuti arrivare a tanto? Le principali cause sono due e sono assimilabili a due vizî molto radicati nel genere umano: l’avidità e la superficialità. Sempre più preoccupata per i profitti e per il guadagno, l’umanità non si cura più del modo in cui vengono gestite le cose: cementificazione inarrestabile, case costruite in luoghi rischiosi, sfruttamento eccessivo delle risorse energetiche, disboscamento… Non ci si può stupire poi dei risultati che si ottengono: tutto è volto a ricavare il maggior vantaggio economico possibile, non certo alla sicurezza della popolazione o alla cura dell’ambiente. Ma il problema sussiste anche dove vi sono investimenti a favore del territorio: essi sono fatti solo in una visione a breve termine, spesso non adeguata a sopportare un imprevisto; essi sono molto esigui, dal momento che la protezione dell’ambiente è spesso considerata secondaria dalle amministrazioni preposte alla sua tutela. Un esempio lampante di ciò è l’Italia di questi ultimi anni, che è stata più volte colta impreparata dalle emergenze di carattere idrogeologico che l’hanno colpita duramente. L’unico aspetto positivo di queste calamità è il loro aver creato una sensibilità collettiva volta a considerare in una nuova prospettiva i bisogni delle città, intese come unione di cittadini e territorio. L’auspicio è quello che uomo e natura riescano a trovare l’equilibrio indispensabile per vivere in armonia.

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