Analizzando i dati Istat, relativi alle spese degli italiani, si può notare come le maggiori uscite siano rivolte a beni che non possiamo di certo classificare come di primaria importanza, nel significato che tradizionalmente attribuiamo a questo termine. Al quarto e quinto posto troviamo ambiti si spesa relativi alla gastronomia; una famiglia italiana spende in media € 52,56 al mese in ristoranti bar e locali, e € 51,44 in fast food e take away. Al contrario, al di fuori della top ten troviamo beni come l’istruzione universitaria, per la quale si spendono in media € 6,93, che risulta essere il livello scolastico più finanziato, pur sempre minore dell’investimento in sigarette di € 21,49.
Dalla lettura di questi dati si può notare come le abitudini e le priorità siano decisamente insolite: la cultura del sedersi a tavola, del cibo, è stata sostituita da un hot dog, la laurea da un hamburger e da sigarette, la verdura da indumenti per donna e il pane da servizi di parrucchiere. Questo prospetto lascia abbastanza sconcertati se si tenta di comprendere il comportamento e l’interesse dei cittadini italiani rispetto alle loro maggiori aree di spesa. Tuttavia esse, delineate da questa raccolta di dati, vanno a simboleggiare delle priorità che però non credo possano coincidere con il loro valore effettivo. In base a cosa possiamo definire un bene importante rispetto ad un altro? Se prendessimo in considerazione gli ambiti si spesa delle famiglie italiane, come indice relativo all’importanza dei prodotti, avremmo come risultato una classifica che concorderemmo essere opinabile. L’importanza di un prodotto non credo sia dato dalla sua richiesta e tantomeno dal suo prezzo; questi due fattori infatti vanno a influenzarsi vicendevolmente: all’aumentare della richiesta il prezzo sale, al diminuire della prima il secondo scende. Per quanto riguarda ambiti come l’istruzione, bisogna tenere in considerazione che lo Stato cerca di rendere il servizio il meno proibitivo possibile, almeno fino all’università, ed è questa probabilmente la ragione per cui si notano così pochi investimenti da parte delle famiglie italiane in questo senso.
A livello mensile, le spese familiari dal 2014 al 2015 sono restate pressoché invariate in valore assoluto, tuttavia se si consultano documenti Istat1 che evidenziano la suddivisione geografica e le spese connesse a questi territori, divise per tipologia, si nota come le diverse aree presentino investimenti di diversa portata. Ad esempio, nelle zone del Nord-Est e Nord-Ovest sono maggiori le spese destinate ad ambito ricreativo culturale, con rispettivamente 5,8% e 5,4%, a fronte di una media del 5,1% mensile volti a queste attività a livello nazionale. Altra differenza è quella relativa alle spese alimentari, nelle regioni meridionali del paese le uscite rivolte a questo ambito sono maggiori di circa tre punti percentuali rispetto alla media generale. Un’altra differenza è relativa al consumo di carne che è decisamente maggiore al meridione rispetto che al settentrione. Per quanto riguarda l’istruzione la differenza è minima, il Nord-Est presenta un +0,1% di vantaggio rispetto ad una media nazionale dello 0,6%.
Per alcuni versi il carrello degli italiani, tuttavia, appare inaspettato. In base a cosa decidiamo di spendere i nostri soldi in determinati ambiti? Tolti i beni essenziali, acqua, cibo e quant’altro, il restante denaro può essere diretto ai più svariati ambiti. Credo sia l’ambiente in cui cresciamo a definire la direzione delle spese. Vi sono stati ragazzi che hanno deciso di non attivare il bonus dei 500 €, rivolto ai giovani nati nel 1998, perché non interessati ai prodotti e ai beni a cui potevano accedere con tale finanziamento. Questo potrebbe essere un esempio lampante di come effettivamente la cultura, per lo più definita come parte importantissima per la formazione di una persona, non venga vista da tutti in quanto tale. Si può notare come appunto gli ambiti di interesse a cui le spese degli italiani sono rivolte siano molto diversi; la differenza, che sicuramente va al di là della collocazione geografica, sta nella cultura e nelle abitudini, in una scala di valori che noi stessi andiamo a stilare dando per scontato, forse, i beni fondamentali. In una situazione agiata possiamo vantare il diritto di scegliere, se attivare il bonus cultura o meno, di andare a mangiare fuori piuttosto che cucinare, di comprare delle sigarette piuttosto che un libro. Tuttavia il problema sorge nel momento in cui una persona perde tale diritto, e a fronte del il 6,1% delle famiglie residenti in Italia, coinvolte in un tasso di povertà assoluta, non possiamo che chiederci se ci siano modi migliori di utilizzare il nostro denaro.

1 http://www.istat.it/it/files/2016/07/Spese-famiglie-2015.pdf?title=Consumi+delle+famiglie+-+07%2Flug%2F2016+-+Testo+integrale+e+nota+metodologica.pdf

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