L’art. 11 della nostra Costituzione comincia così: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; …”. Ciò significa che nella prima legge del nostro Paese è chiaramente indicato il rifiuto del ricorso al mezzo bellico per risolvere situazioni controverse sul piano internazionale. Con la Libia, il nostro Paese ha una lunga tradizione, tant’è vero che, già nel periodo fra le due guerre mondiali, essa fu oggetto delle mire egemoniche italiane e comunque del desiderio di procurarsi qualche colonia, così come avevano fatto altri Paesi europei. Con la Libia abbiamo inoltre consistenti rapporti commerciali, a partire dal metanodotto che – attraversando il Canale di Sicilia – raggiunge le nostre coste e rappresenta una fonte di approvvigionamento energetico non trascurabile. È vero che la Libia è stata negli ultimi anni oggetto del vento che ha spazzato tutti i dittatori del nord Africa, dalla Tunisia all’Egitto, in quella che è stata definita la “Primavera araba”; è anche vero che – come spesso accade – al termine della guerra non è né automatico, né immediato che la democrazia si instauri nelle nazioni coinvolte. Una volta abbattuto il dittatore – non dimentichiamo che Gheddafi ha rappresentato per ben 42 anni la massima autorità libica – occorre ancora del tempo, affinché un popolo possa dotarsi dell’apparato amministrativo e burocratico necessario per la gestione di uno Stato e possa coscientemente dirsi democratico e capace di autogovernarsi. La guerra in Libia quindi è da rifiutarsi in modo categorico in quanto danneggerebbe gli interessi commerciali che il nostro Paese ha con essa; si tenga, inoltre, presente che in questo momento la Libia è terra di nessuno, sia perché è adiacente a Paesi in assoluto caos politico (Algeria, Tunisia, Egitto, per non parlare dei Paesi del Sahel) e sia perché nel Paese sono ancora all’ordine del giorno scorribande da parte di fazioni armate che non hanno abbandonato le armi, né si sono inserite in un percorso di ricostruzione politica del Paese. In ogni caso, il ruolo di “cuscinetto” fra nazioni che sono oggetto di importanti stravolgimenti politici e sociali va tutelato, per evitare che tutto il nord Africa possa scoppiare come una polveriera. Non dimentichiamo, infine, che molti dei migranti partono da quelle coste per raggiungere l’Europa ed è quindi nostro interesse consolidare le infrastrutture di questi Paesi e cooperare con loro, proprio per organizzare insieme una politica estera capace di gestire questi flussi migratori, evitando quei viaggi nelle condizioni disperate che siamo abituati a vedere. Infine, non dimentichiamo mai che l’intervento militare di altri Paesi proclama di voler risolvere le controversie, ma alla fine tutti mirano ad appropriarsi di risorse naturali o economiche nelle terre contese, con buona pace della democrazia agognata dai popoli. Lasciamo quindi che i raid aerei restino solo sui giornali ed eventualmente cooperiamo perché i Paesi in guerra possano riorganizzarsi economicamente, per migliorare il livello di benessere, primo vero antidoto al terrorismo.

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1 Comment
  1. mikyreporter 5 anni ago

    Mi piace moltissimo il modo in cui hai deciso di affrontare l’argomento, lo stile

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