Pur svantaggiata, a parte le zone costiere, dal clima arido, la regione nordafricana in cui si trova la Libia é relativamente più ricca del resto del continente: ha visto durante la sua storia molte conquiste, a partire dai Fenici con Cartagine, Roma e gli Arabi fino all’Italia fascista che, contagiata dal resto dell’Europa nella frenesia coloniale, acquisì il suo famoso “scatolone di sabbia” nell’eroico intento di ripetere le gesta dell’impero romano. Prima della scoperta del petrolio, la Libia non possedeva certo grandi imprese economiche né tantomeno un’economia fiorente, fatta eccezione per qualche sporadico insediamento sulla costa mediterranea. L’Italia vi si interessò per motivi di prestigio coloniale, scarso peraltro di fronte alle ben più ampie conquiste francesi e britanniche, ma soprattutto, fin dal 1912, direttamente economici. Enrico Mattei, presidente dell’ENI, Ente Nazionale Idrocarburi, aveva per esempio cercato di intavolare accordi petroliferi con il Paese, per procurare ad esso maggiore ricchezza, ma soprattutto garantire l’indipendenza italiana dalle compagnie petrolifere americane e inglesi. Una certa ricchezza non avrebbe guastato, negli ultimi anni, per far fronte ai vari colpi di stato che la Libia ha subito, fino alla recente conquista dell’Isis e all’ondata migratoria: è per controllare questi due pericoli che si va progettando un intervento internazionale in quella zona, addirittura guidato dal nostro Paese. La vittoria in guerra, però, non è mai stata una costante nella storia italiana, contraddistinta da clamorose vittorie di piccoli staterelli contro altri e devastanti sconfitte di fronte a invasori stranieri. Un deciso intervento su sollecitazione delle potenze militari mondiali, gli Stati Uniti in primis, sarebbe possibile con totale certezza di vittoria solo con la disponibilità di mezzi che le potenze saprebbero offrire da comandare all’Italia. In questo caso, però, la nostra dubbia reputazione bellica nel mondo e i probabili risentimenti delle popolazioni locali nei confronti di un paese ex-colonizzatore ci esporrebbero a qualche rischio, che non varrebbe la pena correre neppure sul piano del prestigio militare, dato che troppo spesso, nonostante la millantata precisione degli ordigni bellici, le vere vittime si contano tra i civili, con minor rischio per chi attacca e maggiore effetto sui governi, affinché si arrendano. Ma se ogni etica, pur nell’orrore, della guerra, sembra essere svanita, non rimane che arrendersi alla presenza, per esempio, di velivoli senza pilota che, con attacchi mirati, possano eliminare i covi di pericolosi terroristi e ridurre i mezzi di crudeli scafisti.

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1 Comment
  1. mikyreporter 4 anni ago

    Mi piace moltissimo il modo in cui hai deciso di affrontare l’argomento, lo stile

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