“Tripoli bel suol d’ amore”, così comincia la nota canzone del 1911, che commemora l’ impresa italiana nella Libia ottomana: una terra arida, desertica, ricca solo nelle oasi e sulle coste. Nel 1911, Giolitti promosse una campagna militare che mirava a strappare ai Turchi le terre della Tripolitania e del Dodecaneso: il chiaro intento era quello di mostrare che l’ Italia, nonostante la disfatta di Adua, fosse in grado di conquistare colonie al pari dell’ Inghilterra e della Francia. La Guerra di Libia fu relativamente semplice: in pochi mesi, le regioni costiere erano nelle nostre mani e gli Ottomani, duramente sconfitti anche nell’Egeo, firmarono la pace. I nostri colonizzatori però non presero in considerazione le bande di ribelli, che si organizzarono fin da subito e che fu difficile sconfiggere. Omar al-Muktar, il capo dei ribelli, aveva una vasta conoscenza del territorio, ma non possedeva gli armamenti degli Italiani. Negli anni ‘20, i beduini furono ripetutamente sconfitti e in questa lotta si distinse particolarmente Rodolfo Graziani, che fece la sua fortuna proprio nel deserto libico. Al-Muktar fu impiccato e Mussolini potè dichiarare, nel 1934, la nascita della Colonia di Libia. Iniziò un periodo di pace e prosperità per la questa Nazione: migliaia di coloni italiani presero casa, furono costruiti villaggi, strade e altre opere di infrastruttura. Nel 1938, gli stessi capi delle tribù libiche insignirono il Duce della preziosissima spada dell’ Islam, con la quale Mussolini venne proclamato capo dei clan preesistenti. Nel 1940 venne la guerra e, dopo un susseguirsi di vittorie e sconfitte, nel 1943 la Libia fu perduta per sempre. Dal dopoguerra ad oggi, il Paese africano fu caratterizzato dalla dittatura di Gheddafi, dal 2011, dalla guerra civile e dall’ affermarsi di un governo costituito dall’ Onu e dall’ arrivo di bande ribelli, legate all’ Islam radicale. La Libia di oggi non è più sicura come un tempo e la guerra civile la sta rapidamente distruggendo: viene da chiedersi cosa fare. La risposta è l’ immediato intervento militare nelle regioni libiche. Molti sostengono l’ idea, anche se pare un’ utopia: l’ eccessiva ubbidienza del nostro Paese nei confronti di ONU, UE e quant’ altro, lo ha portato all’ appoggio di una pace pericolosa e al rifiuto di una spedizione militare contro coloro che stanno distruggendo la Libia. I ministri d’ Italia, incarnazione della pusillanimità, restano impassibili di fronte ai migliaia di profughi che, partendo dalle coste libiche, giungono qui, ai nostri connazionali sequestrati ed uccisi in circostanze occulte, alla distruzione di un territorio appartenutoci e legato a noi dalla storia e al progressivo crescere di pericolosi terrorismi. L’ intervento militare risolverebbe ogni cosa: il controllo delle coste favorirebbe la distruzione dei porti e delle organizzazioni che trasportano i migranti in Europa; l’ attacco e la dissoluzione delle organizzazioni terroristiche renderebbero il mondo più sicuro e vendicherebbero le barbare morti dei nostri connazionali. I nostri governanti intralciano addirittura le operazioni degli Americani, gli unici che vorrebbero vedere distrutti i nemici in Libia.
La salvaguardia della sicurezza mondiale e il rapporto storico che ci lega a Tripoli e alla sua terra ci impongono di intervenire concretamente e nel modo più immediato, prima che sia troppo tardi.

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1 Comment
  1. mikyreporter 3 anni ago

    Bell’ articolo, ben scritto e molto scorrevole e piacevole da leggere. Hai saputo spiegare in poche parole il concetto principale dando anche un discreto tocco personale. Il titolo

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