Nelle ultime settimane si è sentito molto parlare di un possibile intervento armato in suolo libanese, da parte delle forze militari italiane, capeggiando una coalizione di stati occidentali, contro la minaccia dello Stato Islamico; ipotesi bloccata dal capo del governo, Matteo Renzi, che ha dichiarato: “Nessuna invasione con cinquemila soldati con me al governo”.
Ma cosa significa tutto ciò?
Per capire meglio la situazione che ha portato alla formulazione della possibilità di una missione armata in Libia è necessario, innanzitutto, comprendere cosa sta succedendo attualmente nel paese nordafricano in questione.
Dopo la caduta del regime del dittatore Mu’ammar Gheddafi, in Libia si è creata una situazione di anarchia dalla quale sono emerse due realtà politiche in contrasto fra loro che hanno diviso il Paese. Nella parte occidentale troviamo il governo di Tripoli, controllato da forze islamiste che si fa chiamare “Alba della Libia”; d’altra invece vi è il “parlamento orientale” di Tobruk, riconosciuto internazionalmente. Tra questi due governi si inseriscono decine di gruppi armati che compiono scorribande nel territorio libico e che parteggiano per l’una o per l’altra parte, a seconda di chi è il miglior offerente. Alcuni di questi gruppi armati, poi, si sono messi a combattere per lo Stato Islamico che, negli ultimi mesi, approfittando del caos e della frammentazione interna al Paese, si sta espandendo in questi territori con l’obiettivo (si crede) di impiantare una nuova base per il califfato, nel caso in cui dovesse perdere il controllo della Siria. L’avanzata prepotente del sanguinario gruppo terroristico guidato dal califfo Al-Baghdadi ha preoccupato le forze internazionali per la vicinanza della Libia all’Europa e, perciò, si sono mosse per cercare di frenarlo. L’ONU, in particolare, sta cercando di favorire un governo di unità nazionale in suolo libico, eliminando, quindi, i piccoli conflitti locali che favoriscono l’avanzata dell’Isis. È proprio questa una delle condizioni che ha stabilito il governo italiano, affinché si possa cominciare a parlare di “intervento militare”. Agire, infatti, su un territorio dove sono attivi due governi in contrapposizione, dove “scorrazzano” gruppi armati locali e avanzano i militanti dell’Isis, significherebbe andare ad impantanarsi in una guerra lunga e costosa dal punto di vista di economico e di vite umane.
Gli interessi che spingono questo intervento, o comunque una stabilizzazione della situazione politico-militare libica, sono però molteplici.Uno dei vari fattori che alimenta gli interessi verso la spedizione militare italiana in suolo libico è il controllo del flusso di migranti che raggiungono la Sicilia, partendo con dei barconi dalle coste libiche; mentre, infine, come ultimo obbiettivo, vi è ovviamente il contrasto dell’avanzata dello Stato Islamico in nord Africa. Personlmente penso che non bisogna ripetere gli errori del passato, non pensare che la via delle armi sia l’unica e la migliore per risolvere i problemi, poiché le guerre portano solo che sofferenze e come noi non vogliamo che ci vengano causate, allo stesso modo anche le altre genti non vogliono cadere nel supplizio degli eventi bellici.

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