Nel mondo circa venti paesi si trovano coinvolti in un conflitto armato: tra essi, la Siria, la Repubblica Centro-Africana, lo Yemen, l’Ucraina e la Libia, che in questi ultimi giorni è particolarmente al centro dell’attenzione, a causa del dibattito su un possibile intervento militare italiano. In tutti questi paesi si pretende che il motivo del contendere sia religioso, ma gli scopi reali sono piuttosto quelli politici ed economici di alcune potenze che vogliono imporsi e primeggiare, incuranti del danno che provocano, a partire da un esodo di bibliche proporzioni: milioni di disperati fuggono dai loro paesi martoriati e distrutti, in cerca di un futuro migliore. Tutto questo non favorisce la crescita economica, infatti giornalmente si avvertono effetti negativi nelle Borse mondiali. Ma come è possibile risolvere tutto questo? Non certo con ulteriori conflitti: nei luoghi in cui si parla il linguaggio delle armi e della violenza, è necessario mediare, proteggere ed assistere, per favorire il rientro delle popolazioni. È forse un’utopia?
Questo si potrebbe ottenere interrompendo le varie contese e facendo intervenire una forza militare internazionale per mantenere la pace tra queste popolazioni; dopodiché sarebbe indispensabile introdurre i mezzi necessari per avviare uno sviluppo economico. Fermare la guerra e costruire la pace è l’unica via per fare in modo che la giustizia trionfi sulle disuguaglianze. È compito di tutti lavorare ogni giorno a favore dei più vulnerabili, impegnandosi per riconoscere i diritti umani e la dignità della persona, attraverso l’educazione e la cultura, in famiglia e a scuola.

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