Per poter analizzare in modo oggettivo se un intervento militare in Libia abbia un senso o meno, al di là di ragioni etiche o ideali, è necessario approfondire la situazione dello stato. La condizione che vediamo oggi in Libia è molto complessa ed articolata, è frutto di circa cinque anni di disordini interni, a partire quindi dal 2011, con le cosiddette “Primavere Arabe”.
Le Primavere Arabe hanno inizio nel 2011; a partire dalla Tunisia si creò un effetto a catena di proteste popolari contro i vari regimi presenti negli stati del nord Africa. In Libia era al potere Mu’ammar Gheddafi: da circa 40 anni, il colonnello imponeva nello stato un controllo poliziesco e un assolutismo che, da un lato, non permettevano al popolo libico di emanciparsi, ma, dall’altro, creavano una situazione di discreto equilibrio, soprattutto sul piano economico e politico. Il regime di Gheddafi non aveva il favore degli Stati Uniti. Da sottolineare il fatto che gran parte della ricchezza dello stato derivava, e deriva anche oggi, dall’estrazione di petrolio e gas naturale. I ribelli, nel 2011, avevano, quindi, come primi obbiettivi i centri di estrazione. In Libia si creò un clima di guerra civile. A questo punto, alcuni stati europei appartenenti alla NATO intervennero militarmente e arrivarono così all’uccisone del colonnello Gheddafi. Da quel momento la situazione di disordine interno ha impedito qualsiasi soluzione politica.
Soprattutto negli ultimi anni è avvenuta anche la scissione della Libia in due parti principali. Una ad est con capitale Tobruk, riconosciuta da stati Europei come la Francia e l’Inghilterra, ed una ad ovest con capitale Tripoli, in cui si sono insediati molti gruppi islamisti. Il problema fondamentale è che tra questi gruppi islamisti si trovano anche molti gruppi jihadisti, i quali, approfittando della situazione di anarchia dello stato, sono riusciti ad infiltrare il territorio a partire dal 2014: questi hanno come obiettivo di trasformare la Libia nella nuova Siria, una roccaforte dell’ISIS.
Tornando ai giorni nostri, date queste problematiche, l’ONU si è mobilitato per creare un governo di unità nazionale, che possa garantire più stabilità politica e contrastare l’espansione dell’ISIS. Il tentativo, attualmente, è quasi del tutto fallito e già molti stati della NATO sono intervenuti militarmente “formalmente” per contrastare l’avanzata degli jihadisti.
Una buona parte della volontà di intervento in Libia è legata ad interessi economici sull’attività estrattiva. Se un tempo molti stati europei avevano centri di estrazioni gestiti da compagnie multinazionali, attualmente solo l’ENI (compagnia italiana) è riuscita a mantenere in funzione gran parte dei centri estrattivi nello stato. Avanzare militarmente, oltre che per fermare l’ISIS, sarebbe quindi utile per riconquistare la vecchia egemonia di questi stati sui giacimenti del paese.
La posizione italiana è piuttosto intricata; fino ad oggi, l’Italia ha mantenuto una linea moderata in attesa della formazione del governo di unità nazionale. L’eventuale entrata in guerra dell’Italia sarebbe inoltre contraddittoria: lo stato si schiererebbe a favore del governo di Tripoli (nel cui territorio vi sono gli impianti di ENI) e di conseguenza contro i nostri stessi alleati della NATO schierati con Tobruk. Certo è che “rimanere a guardare” in questo particolare momento significherebbe probabilmente perdere parte dell’egemonia sui siti estrattivi. Anche da un punto di vista di immagine internazionale l’Italia risulterebbe come uno stato attendista e probabilmente poco concreto.
L’articolo 11 della Costituzione Italiana dice:” l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”; la Costituzione, in questo senso, è molto chiara: il nostro Stato non deve intervenire.
Attualmente, la linea politica seguita dal nostro stato segue questo precetto fondamentale. Personalmente è anche condivisibile che l’Italia mantenga un assetto quanto più neutrale fino a quando è possibile. Questo non vuole esprimere paura o timore di intervenire, ma sottolineare che un intervento armato ha un peso tale per cui la decisione di intervento è complessa e ha conseguenze notevoli. Viene fatta passare l’idea che uno stato che non interviene militarmente sia pigro o impaurito piuttosto che realmente abbia dei valori da rispettare.
La mia preoccupazione è che questo grande valore pacifista che ci insegna la Costituzione venga messo in dubbio per interessi economici: sarebbe molto brutto se gli interventi in Libia fossero solo destinati al controllo dei giacimenti. Non nego che l’economia legata al petrolio, ai giorni nostri, sia fondamentale, ma sostengo che non debba superare le priorità per i diritti umanitari. Certo è che un intervento internazionale in Libia per contrastare l’ISIS sia ormai urgente, chiaramente è qualcosa di molto delicato che va gestito in maniera consapevole e, soprattutto, non deve essere viziato dagli interessi economici dei vari stati. Attualmente questo è abbastanza improbabile, mi auguro solo che in territorio libico si agisca nel migliore dei modi e che non sia, come spesso accade, il popolo innocente a fare le spese dei capricci degli stati occidentali più sviluppati.

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1 Comment
  1. mikyreporter 4 anni ago

    Condivido pienamente ci

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