Sin dalla notte dei tempi gli uomini hanno levato le armi gli uni contro gli altri. Si uccide per conquistare, invadere e per dividere, con la convinzione di essere sempre i migliori, con la certezza che le nostre azioni sono volte ad un fine nobile, e dunque sono meno spregevoli e giustificabili. Troviamo sempre una giustificazione alle nostre azioni, l’abbiamo sempre fatto. Ci illudiamo che le nostre guerre siano condotte per nobili fini: esportare la democrazia, convertire ad un credo ‘migliore’, diffondere la giustizia tra i ‘barbari’. Ma quali sono le vere ragioni di un conflitto? Sono davvero le differenti ideologie e i nobili fini a muovere gli eserciti, o qualcosa di ben meno decoroso?
Oggi l’Italia, il Paese che “ripudia la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”, si trova ad un bivio: gli Stati Uniti e la Gran Bretagna premono affinché il Bel Paese prenda parte alla guerra in Libia, nonostante il rifiuto del Presidente del Consiglio.
Ma contro chi stiamo combattendo? L’Isis; è la risposta più semplice e più comoda, sebbene lo Stato Islamico sia frutto dei nostri errori: stiamo dunque combattendo contro noi stessi? E per quali ragioni i grandi plutocrati premono affinché una nuova guerra produca altro dolore e sofferenze?
La guerra in Libia cominciò nel 2011, ed è sempre rimasta un conflitto dettato da meri interessi geopolitici ed economici, che ha condotto il Paese, un tempo tra i primi nell’indice dello sviluppo umano, ora si trova tra gli ultimi. La democrazia non è stata instaurata, né il Paese è stato pacificato, eppure i guadagni, per qualcuno, sono stati ingenti. La guerra, infatti, è sempre una spartizione di un ricco bottino tra le principali potenze; nel caso della Libia, essa custodisce le più ingenti risorse petrolifere del continente. Si tratta di un guadagno da oltre 130 miliardi e, se o Stato africano divenisse un Paese confederale sotto l’influenza delle potenze europee e statunitensi, il guadagno sarebbe ancora maggiore.
Ma a gioire di ulteriori spargimenti di sangue non sono solo i grandi Paesi che giovano delle risorse conquistate; anche le borse fanno affari con la guerra, persino in Italia.
Un esempio è sufficiente a chiarire tale teoria. Subito dopo gli attentati di Parigi, quando il terrore e l’incertezza sembravano attanagliare il mondo, le borse hanno registrato un rialzo eccezionale, soprattutto con grandi aziende come Finmeccanica e Bae Systems. Per chi domanda sicurezza, c’è chi offre difesa; per chi chiede di difendersi, c’è chi offre armi sempre più sofisticate; per chi produce bombe intelligenti, c’è chi le compra. E così i colossi delle armi e degli aerei militari, leader nel mercato della guerra, quasi come macabri avvoltoi volteggiano sulle rovine di intere città, sui corpi degli innocenti, battendo cassa, mentre i grandi della terra giustificano la guerra con ideali in cui nessuno più crede.

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1 Comment
  1. mikyreporter 4 anni ago

    Ottimo articolo, ho apprezzato molto perch

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