La Libia, in seguito alle primavere arabe, ovvero alle proteste popolari contro i regimi dittatoriali del nord Africa, ha subito una profonda trasformazione che ha portato alla morte del dittatore Gheddafi.
Se da un lato, la morte del dittatore è stato un bene, perché finalmente la popolazione dopo circa quarant’anni di regime dispotico ha potuto essere libera, dall’altro lato, l’uccisione del colonnello, ha rotto i delicati equilibri politici presenti nel paese e dato vita ad un caos incontrollabile, che ha permesso l’infiltrazione di gruppi terroristici come l’Isis.
L’esperienza libica e di altri paesi del terzo mondo dove non si riesce a portare la democrazia dimostra che alcuni principi dell’Occidente non sono facilmente comprensibili presso altre realtà.
Ultimamente, anche a causa dell’omicidio degli operai italiani sul territorio libico, si parla spesso del possibile intervento militare dell’Italia, con la collaborazione di altri paesi.
L’Italia, però, è da sempre un paese riluttante alla guerra, a conferma di ciò, l’articolo undici della Costituzione italiana dice che il nostro paese ripudia la guerra ed è determinato a favorire in ogni modo la pace.
Per capire a fondo un conflitto è necessario contestualizzarlo, cioè è necessario dare vita ad un processo di analisi del problema, dei possibili interessi economici e politici, che i paesi coinvolti nel conflitto potrebbero avere.
È noto che il suolo libico è particolarmente ricco di risorse fossili; proprio per questo è al centro di mille polemiche, secondo le quali, gli stati coinvolti nel conflitto libico sarebbero interessati, anziché a portare la pace, ad appropriarsi dei giacimenti petroliferi presenti.
Ecco che, come spesso accade quando si è di fronte ad una guerra, gli interessi umanitari e pacifisti vengono messi da parte per fare spazio ad interessi economici e politici.
Un altro aspetto di rilievo per quanto riguarda la guerra in Libia è quello della presenza dell’Isis.
Quest’ultimo trova finanziamento grazie all’appropriazione dei pozzi petroliferi che, senza dubbio, gli apportano un grande sostegno ed incentivo ad ingrandirsi e diffondersi.
In molti per provare ad eliminare questa costante minaccia chiedono a gran voce un intervento di tipo militare che, però, non potrebbe essere limitato ai raid aerei, ma dovrebbe prevedere l’invio di truppe di terra; questo significherebbe trasformare la Libia in un altro Iraq o Afghanistan, cosa che nessuno vuole.
Un ulteriore pericolo dell’intervento militare è quello di coinvolgere dei civili con morti e feriti e ciò l’Europa non se lo può permettere.
Esportare la democrazia nei paesi islamici risulta difficile, se non impossibile, perché tale concetto non è presente nella loro cultura, quindi risolvere il conflitto in Libia risulta essere un’operazione molto complicata e la diplomazia è da preferire allo scontro militare, che oltre a portare morte e distruzione, non rappresenterebbe una soluzione definitiva e duratura.
L’intervento in Libia sarebbe giusto per evitare che diventi un nuovo centro terroristico che conseguentemente invierebbe i suoi kamikaze in Europa; ma il progetto non è realizzabile perché prevedrebbe un prezzo troppo alto in termini economici e soprattutto di vite umane.

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1 Comment
  1. ironlady 4 anni ago

    Ciao, il tuo articolo mi

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