A partire dai primi attacchi terroristici fino ad oggi, si è sviluppata nella maggior parte della popolazione italiana un senso comune di odio e paura nei confronti dei Paesi di religione musulmana.
Ad oggi, guardando sui vari social network, si può notare come chiunque si improvvisi grande esperto di politica e come lanci accuse verso determinate etnie.
Data questa premessa, è facile capire che le morti non sono tutte uguali.
Negli ultimi anni siamo stati partecipi di celebrazioni in memoria dei caduti per mano del terrorismo, il mondo intero unito e commosso da questi tragici eventi.
Eppure, sembra facile dimenticarsi di quei Paesi extra-europei, Paesi di stessa religione musulmana, le cui genti cercano disperatamente una via d’uscita fra guerra e terrore.
Per noi sono solo criminali, terroristi, venuti qui per peggiorare la nostra amatissima Italia.
Ma sappiamo veramente di cosa stiamo parlando?
Basterebbe informarsi sugli avvenimenti che colpiscono Paesi come la Siria, per capire che l’unico sentimento che dovremmo provare verso queste persone è la solidarietà.
Forse è impossibile, considerato che ci viene difficile provare pietà anche nei confronti di quegli Stati da noi tanto rispettati; è facile scrivere un post su quanto siamo afflitti dal dolore per le morti, ma lo siamo davvero?
Personalmente, se leggessi semplicemente i titoli dei giornali riportanti luogo, giorno e numero di morti di un attentato, non riuscirei ad immedesimarmi a tal punto da sentire un reale e forte coinvolgimento emotivo.
E’ nel leggere le storie personali dei caduti, nell’interessamento verso persone mai conosciute, che si arriva a comprendere l’entità del disastro che è stato commesso.
“31 MORTI A BRUXELLES”, recitano i giornali.
Dispiacere, certo, ma non possiamo essere veramente addolorati di una perdita che è riassunta in un numero.
Dovremmo ricordarci più spesso che dietro a tutte queste statistiche, dietro a tutti questi numeri, ci sono persone come noi, esseri umani che come tali meritano un’esistenza felice

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