Un proiettile; una luce accecante, uno scoppio al suo seguito e poi il silenzio più totale. Silenzio che precede le urla, i pianti; il terrore che si sparge affiancando la morte.
Sono vite che si spezzano, o che ancora devono iniziare. Non importa la religione, la forma degli occhi o la bevanda presa a colazione. Sono vite che si interrompo e che non potranno più proseguire.
Dalla Siria a Parigi, dalla Turchia a Bruxelles per continuare con il Pakistan e gli Stati Uniti, lo scenario non cambia: la morte che dilaga e il terrore che paralizza le vite di chi è sopravvissuto, di chi ha visto e ha raccontato e di chi ha fatto trasparire il dolore e l’orrore con un semplice sguardo.
Non si può essere indifferenti a quello sguardo che esprime qualcosa che le parole non potranno mai raccontare.
Non si può essere indifferenti alla vista di un bambino in cerca della propria madre che, forse, non potrà più riabbracciare.
Non si può andare avanti senza pensare alle migliaia di vite stroncate da guerre che non hanno né un nemico né un senso, ma che nonostante tutto continuano a distruggere, a spargere sangue innocente.
Poco importa l’arma o lo stratagemma utilizzato per gettare corpi al suolo, perché quei corpi non potranno più ammirare la bellezza del proprio figlio o fissare le ali colorate di una farfalla. Quei corpi non potranno dare più una carezza o un bacio.
Ma proprio quei corpi riusciranno a creare ricordi che annienteranno la luce accecante, il frastuono e il terrore. Corpi di persone il cui ricordo non sbiadirà, perché il loro sorriso rimarrà sempre impresso nelle menti.
E quel sorriso, così surreale e rassicurante, riuscirà, allora, a rompere il silenzio, il cui rumore, però, faceva più male di mille colpi al cuore.

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