Negli ultimi anni, la parola “attentato” è sempre più spesso all’ordine del giorno. Queste stragi terroristiche avvengono in tutto il mondo, ma suscitano reazioni diverse in noi. Se un tale fatto avviene geograficamente vicino a noi inevitabilmente ci coinvolgerà, dal punto di vista emotivo, maggiormente di un altro avvenuto dall’altra parte del mondo. Ciò vale, soprattutto, in tempi recenti perché l’Europa (e tutto il mondo occidentale) è minacciata da un’organizzazione estremista musulmana, l’Isis.
Quando si verifica un evento simile l’attività mediatica è elevatissima e concentrata a fornire anche i dettagli; se da un lato ci forniscono perfettamente il resoconto dell’accaduto, dall’altro compiono un’operazione molto “fredda”, come fornire i numeri dei morti che spesso rimangono solo numeri e non identità. Attorno a questi avvenimenti si è creata, dunque, una sorte di “abitudine”, sia dal punto di vista dei media che agiscono spesso come macchine, sia dal punto di vista della gente che sta imparando ad assimilare tutto.
Per personale esperienza posso espormi sul tema della paura: ricordo che all’attentato di Parigi ero comunque spaventato e un po’ destabilizzato, la paura era presente lo ammetto. Ma, ad esempio, parlando di un fatto più recente, come quello avvenuto a Bruxelles, ho subito notato che c’è stata molto meno paura, come se fossi già “allenato” a subire una tale notizia. Ciò non so se sia una cosa positiva o meno, ma certamente trovo corretto che non ci sia paura, anche se bisognerebbe comunque provare un sentimento di compassione senza avere un’esclusiva lettura apatica dell’accaduto.
Alla domanda se le vittime siano solo numeri o meno non possiamo rispondere; in questi casi, però, purtroppo lo diventano. A partire dai loro carnefici, sono trattati come numeri, birilli (o forse nemmeno come questi); è come se questo atteggiamento crudele e freddo venisse poi tramandato dai media che quantificano queste persone, spesso senza approfondimenti; la colpa di tale crudeltà non è, dunque, da scaricare sui mezzi di comunicazione, ma sui carnefici, i quali rendono queste persone numeri senza identità.
È evidente come giornali, TV, news online siano interessati di più al racconto dei sopravvissuti e ciò non è un atteggiamento errato, dobbiamo guardare ai vivi perché possono raccontarci reali sensazioni dell’esperienza e, quindi, colpirci maggiormente, però ricordandoci comunque di coloro che hanno perso la vita. Questo atteggiamento rispettoso viene, però, mantenuto spesso, solamente verso le vittime europee e solamente se la gente se ne interessa; dunque i media ci forniscono un racconto dettagliato e freddo, ma comunque dignitoso per le vittime, le quali, a volte, vengono anche celebrate e ricordate in servizi e articoli emotivamente carichi. Questo atteggiamento troppo spesso non è ugualmente osservato nei confronti di vittime extra europee: molte morti avvengono, ad esempio, in Siria per la guerra, o tra i migranti che fuggono comunque dalla guerra.
Le morti, tuttavia, riguardano sempre esseri umani, vanno al di là di ogni distinzione sociale e religiosa, siamo tutti uguali; quindi, queste notizie andrebbero ascoltate con maggiore sensibilità, fermandoci un attimo a riflettere, cercando di comprendere a fondo ciò che è successo in una determinata nazione, per quanto lontana possa essere.

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