Nel corso degli ultimi due anni le stragi terroristiche avvenute in diversi Paesi di tutto il mondo sono state al centro di accesi dibattiti attraverso tutti i mezzi di informazione: giornali, news online, telegiornali e riviste hanno raccontato gli orrori compiuti dall’uomo da ogni punto di vista possibile. Molto spesso ci si è soffermati sul numero delle morti, che risulta il metodo più efficace per valutare l’entità del danno: 137 morti a Parigi negli attentati di novembre 2015, 31 morti a Bruxelles a Marzo, 72 in Pakistan….
Tutti questi dati ormai sono all’ordine del giorno, e si potrebbe pensare che l’inquietante frequenza con cui questi eventi si ripetono ci abbia reso impassibili di fronte a tutto ciò. La situazione è leggermente diversa. Il fatto che gli attentati siano, per così dire, “all’ordine del giorno” non cambia la consapevolezza che abbiamo della brutalità e della crudeltà di queste azioni. A mio parere, la reazione dell’opinione pubblica di fronte a tali notizie è influenzata dal peso mediatico che viene dato ad esse. Questo, a sua volta, dipende da altri fattori, quali la località in cui è avvenuto l’attentato, l’identità delle vittime, la modalità di esecuzione…
Esaminando il caso in questione, appare chiaro come l’ascesa dello Stato Islamico abbia iniziato a incutere timore nella popolazione mondiale nel momento in cui gli attentati hanno coinvolto Europa e Stati Uniti (11/09/2001): quando il pericolo diventa quasi “palpabile” il singolo individuo, vicino a quella determinata realtà, viene subito allertato. In altri casi, le morti ci sconvolgono solo se siamo più inclini a immedesimarci nella popolazione che è stata colpita: è questo il motivo per cui le morti del Pakistan, pur essendo più del doppio di quelle del Belgio, non sono state ricordate in Francia con l’ormai celebre illuminazione della Tour Eiffel.
Non sono, pertanto, solo i numeri a fare la differenza, ma siamo influenzati in moltissimi altri modi. Le morti, tuttavia, riguardano sempre esseri umani, che al di là di ogni distinzioni riguardante religione e costumi, non hanno nulla di diverso rispetto a noi: magari certe notizie ascoltate di sfuggita inizialmente non provocano in noi nessun tipo di reazione, ma se ci fermiamo un attimo a pensare, magari cercando di comprendere a fondo ciò che è successo in una determinata nazione, per quanto lontana possa essere, credo che tutti noi saremmo emotivamente coinvolti, sconcertati e profondamente mortificati per quanto è accaduto. Qui risiede la differenza tra il semplice hashtag, che ormai rappresenta un trend fine a sé stesso, e la vera commemorazione per chi ha perso la vita a causa dell’inciviltà dell’uomo.

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1 Comment
  1. Marco 6 anni ago

    Buon lavoro,articolo scorrevole e chiaro nell’esposizione,il titolo

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