Parigi, 13/11/2015: 130 morti.
Bruxelles, 22/03/2016: 31 morti.
Mediterraneo, fuga dalla guerra in Siria, 2016: 659 morti.
E sono solo alcuni dei numeri con cui si potrebbe fare un triste resoconto delle vittime che, ogni giorno, la guerra e il terrorismo, in ogni parte del mondo, producono. E spesso, noi, nell’ascoltare certe notizie, ci limitiamo a fare delle statistiche, dei paragoni, valutiamo solo quello che sono i numeri di un dato evento. Ciò avviene perché sicuramente siamo molto influenzati dalle diverse forme di comunicazione mediatica, che si limitano a fornirci tali notizie, riproponendo, in seguito a un determinato fatto sanguinario, quelli che nel passato lo hanno preceduto, cercando e trovando, pertanto, analogie fra le situazioni. Per questo e per mille altri motivi, sembra che siamo diventati indifferenti a tutto ciò che ci succede attorno, preoccupati soltanto che non ci tocchi da vicino. Questa è una tendenza, figlia dei tempi moderni, che, in ogni aspetto della vita quotidiana, tende a far prevalere la superficialità, l’apparenza, l’egoismo. Ognuna delle persone che ci circondano vive, ogni giorno, una piccola guerra che gli appartiene, un proprio dramma personale, che, spesso, ci lascia indifferenti, preoccupati soltanto di quello che è il nostro piccolo mondo, in cui ci racchiudiamo, forse per sfuggire alla realtà. E quando le persone sono tante, quando sono vittime di soprusi molto più grandi di quelli da cui ci preoccupiamo di sfuggire, allora ci troviamo di fronte a vere e proprie stragi che, finché non ci toccano, si limitano a diventare soltanto un argomento in più di conversazione.

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