Negli ultimi decenni l’esponenziale sviluppo mediatico e comunicativo ha permesso l’istanziarsi di una situazione in cui qualsiasi individuo della nostra società ha un accesso talmente semplificato a qualsivoglia tipo di informazione da risultare sconcertante. La diffusione di dispositivi quali smartphone e tablet, parallelamente alla facilitazione all’accesso al più potente mezzo di diffusione di informazioni al mondo – internet –, ha fornito al comune cittadino la possibilità di ricevere notizie in tempo reale da ogni angolo del globo, sfiorando addirittura l’impossibilità di sfuggire ad esse. Fatti, dati, statistiche ci piovono addosso in maniera pressoché incontrollata e frenetica, e tra tutti primeggiano gli accadimenti tragici, con conseguenti morti. Ogni giorno subiamo passivamente elenchi di vittime, troppe affinché la nostra persona possa ragionare su ognuna di esse: tramite qualche meccanismo di difesa proviamo a sorvolare, a fare un pensiero veloce e passare oltre. Questo non per cattiveria o per mancanza di compassione, ma semplicemente perché non potremmo sopportare l’angoscia che un ragionamento a riguardo potrebbe comportare. Provate mai a pensare se un vostro familiare fosse stato coinvolto in uno degli attacchi terroristici degli ultimi mesi? Se vostro padre, vostra moglie o magari un vostro figlio fosse mancato in un incidente automobilistico di cui avete solamente sentito di sfuggita la notizia? La paura, la tristezza e la preoccupazione derivanti da tali pensieri fanno sì che ogni volta che riceviamo un’informazione del genere, ci “distacchiamo”, onde preservare la nostra tranquillità. Questo meccanismo, forzato quanto indispensabile per poter vivere in un clima di questo tipo, ha causato la generale impermeabilità alle disgrazie che caratterizza la società a noi contemporanea. E’ difficile dire se la gravità dei fatti avvenuti nelle ultime decadi o appunto lo sviluppo mediatico abbia portato ad una situazione tale di apaticità nei confronti della matematica della morte, ma sicuramente fino alla metà del secolo scorso le notizie relative a vittime erano accolte in maniera più ponderata e con una visione probabilmente più “cristiana” e meno materiale: il pensiero andava alle famiglie delle vittime, si creava una sorta di compassione, mentre ora ci si preoccupa maggiormente per la propria di famiglia (come del resto è giusto che sia), senza però spingere lo sguardo più in là, per chiedersi perché. Perché una guerra tra religioni debba anche solo esistere, perché tanti rifugiati in cerca di una possibilità di vita migliore vengano praticamente sempre respinti e rimandati nei loro paesi d’origine, perché la negligenza e la trascuratezza di pochi debbano causare morti sulla strada o in altri ambiti a molti. Perché semplicemente non si possa spegnere il telefono, chiudere il portatile, guardare oltre il limitare del proprio uscio, ed essere più umani?

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