E’ una giornata normale all’aeroporto di Bruxelles.
La gente si imbarca, atterra, fa la fila al check-in. Tutto regolare.
Poi l’esplosione.
Qualcuno si fa saltare in aria e semina terrore, quello vero, quello che ti trasforma il viso in una maschera che ha lo stesso colorito della carta, quello che ti fa sudare freddo e ti fa accelerare i battiti cardiaci.
Nessuno sa cosa fare. Il panico si sparge in una frazione di secondo, mentre le prime urla si diffondono nell’aria provocando la pelle d’oca.
Poco tempo dopo è la metropolitana a esplodere. E la scena non cambia.
Terrore, panico, orrore. E morte.
La gente vola via, trascinata dalla forza della bomba umana che ha deciso di farsi saltare in aria in nome di Allah. E il sangue si sparge dappertutto, colorando di innocenza i piani assurdi di chi si nutre di desiderio di attaccare.

La Siria invece non vive mai una giornata normale.
Lì è il sibilo delle bombe a regalare il buongiorno, forse anche l’ultimo, alle persone.
Lì non si può mai camminare tranquilli, perché la morte è dietro l’angolo, pronta a uscire dai colpi di fuoco che troncano un’esistenza che non ha mai avuto la possibilità di poter essere definita vita.
I corpi si schiantano a terra, privati anche dell’opportunità di sentire la paura.
Il sangue si fa spazio tra la polvere, imbrattando la terra di vite mai vissute. E ogni sua goccia pesa quanto la mancanza di umanità che si manifesta negli attentati.
Non c’è ragione, nessuna. Solo assurdità.
Ci sono uomini, sì, ma dov’è l’umanità?

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