I numeri possono rappresentare praticamente qualsiasi fenomeno: dopo una guerra, un attentato o una migrazione, vengono utilizzati per indicare le persone coinvolte, spesso le vittime. Per esempio, dopo l’attentato di Bruxelles di qualche giorno fa, il governo belga ha riferito di aver contato 31 morti e 450 feriti. Grazie ai numeri, è stato possibile definire il 2015 come l’anno più tragico per coloro che hanno provato ad attraversare il Mediterraneo, considerando che sono morti 3771 migranti e che mai prima si era arrivati ad una tale quantità. Usare i numeri può essere utile per renderci conto di ciò che è avvenuto, per fare una classifica e quindi per attribuire maggiore o minore importanza, sotto un certo punto di vista; ma fino ad un certo punto! Un conto è dire che sono morti trenta individui, un altro è nominare tutti e trenta i loro nomi e conoscere le loro vite. Un numero, dunque, può rappresentare un fatto o un evento, ma non dev’essere utilizzato per rappresentare una vita finita a causa di qualcosa, perché così si rischia solo di toglierle importanza. Già il fatto che ci venga assegnato un numero per rappresentarci, come ad esempio il codice fiscale o un numero di un elenco, è sbagliato, ma si può accettare considerando che è una convenzione per distinguerci in modo veloce e corretto. Continuare, però, a sentire al telegiornale e a leggere sui giornali il numero delle vittime è sbagliato, perché ci rende impermeabili a tutti i morti. Una vita non può essere rappresentata da un numero; il numero è troppo superficiale, non potrà mai essere all’altezza e rappresentare in modo adeguato un’esistenza pienamente vissuta.

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