31 morti a Bruxelles dopo l’ultimo attentato, pensandoci non sono tanti se paragonati alle migliaia di persone uccise in Iraq e Siria ma quello che rappresentano vale molto di più: si tratta di un colpo durissimo all’Europa che testimonia ancora una volta, dopo la strage di Parigi, quanto essa sia vulnerabile di fronte a questo modo di agire. La differenza tra i morti in territorio di guerra e quelli nelle due grandi città europee, non sta nella scarsa informazione che si ha sui primi rispetto ai secondi ma nella paura; il timore che possa accadere anche nel luogo in cui viviamo e persino a noi. Certo, il valore di una persona è uguale indipendentemente dal luogo da cui proviene o dalla sua condizione sociale ma quello di cui si parla tanto è il fatto in sé, non i morti perché più di tanto per loro non si può fare. Inutile dunque la polemica sul fatto che non ci sia abbastanza sensibilizzazione per quanto riguarda la grande quantità di decessi provocati dalla guerra perché, se così fosse ci sarebbe ogni giorno qualche nuova strage di cui parlare; i dati ci sono, i giornalisti fanno bene il loro lavoro e l’informazione non manca, noi possiamo solo informarci, aspettare e sperare.

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