Siamo nell’era della tecnologia e delle macchine, inutile negarlo. Negli ultimi trent’anni abbiamo inventato, progettato, assemblato migliaia di nuovi oggetti rivoluzionari che sembrano sempre più supplire alle carenze fisiche dell’uomo, rendendo la sua esistenza certamente più semplice, ma che allo stesso tempo sembrano perdere la connotazione di ‘oggetti’, ed acquisire sempre più sembianze umane, sostituendo i suoi stessi creatori.
Il rapporto uomo-macchina è una complessa interazione con forti influenze reciproche. La tecnologia non può essere considerata semplicemente come un prodotto dell’uomo, in una tradizionale logica causa-effetto, né è semplicemente prodotto del lavoro dell’uomo, poiché è allo stesso tempo produttore di lavoro. E se l’essere umano si mostra da sempre particolarmente refrattario alle modificazioni di natura etico-politica, sembra decisamente prediligere le lusinghe di natura tecnologica, forse dimenticando, a volte, il labile confine che separa – e si spera continuerà a separare – umanità e macchine.
Le macchine hanno senza dubbio modificato il modo di giocare, di divertirsi, di viaggiare, di comunicare e, soprattutto, di lavorare. Con l’introduzione di macchine che rendono più efficienti le linee produttive, è notevolmente cresciuta la domanda di personale con bassa specializzazione che svolgeva mansioni complementari con quelle delle macchine fino a giungere, in molti casi, alla completa sostituzione dell’uomo con la macchina, grazie all’introduzione dell’intelligenza artificiale. Con la tecnologia che prende sempre più la forma di capitale che sostituisce il lavoro, la disuguaglianza di reddito è probabile che continui ad aumentare, inoltre, grazie all’introduzione della tecnologia nell’ambito lavorativo, è necessario sempre meno capitale umano per avviare una nuova attività, e ciò favorisce certamente l’avvio di nuove aziende, tuttavia facilita anche la scomparsa di alcuni lavori che, per le generazioni future, saranno probabilmente solo un ancestrale ricordo. Così, tra cinquant’anni forse vedremo scomparire molti dei lavori con i quali avevamo imparato a convivere: dal falegname all’operaio, dal muratore al bracciante agricolo, dal badante alla colf, mentre nasceranno forse nuovi lavori, per i quali è sempre più richiesta la presenza delle macchine e sempre meno quella dell’uomo. Una prospettiva, questa, contingente alle ben note riflessioni di Karl Marx, primo intellettuale e filosofo a scagliarsi contro il vorticoso e vizioso rapporto tra uomo e macchina in ambito lavorativo: davvero l’introduzione della tecnologia nel lavoro nobilita l’uomo, o lo abbrutisce, rischiando di ridurlo semplicemente ad accessorio superfluo delle macchine che egli stesso ha creato? Una prospettiva certamente non rosea, che necessita di riflettere su dove lo sviluppo economico e tecnologico senza freni ci stia conducendo, al fine di essere pronti alle sempre nuove sfide che la tecnologia ci pone innanzi ogni giorno.

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