Sono passati pochi giorni dagli attentati a Bruxelles e il polverone che si è sollevato in questa occasione non sembra essersi ancora placato. I media continuano a parlarne e, tralasciando coloro che hanno speculato su questo fatto o chi ha scattato una foto dove non avrebbe dovuto, tantissimi cittadini e politicanti cavalcano l’onda dei sentimentalismi e ne fanno la base per l’odio e l’intolleranza efferata.
Nel frattempo altri due attentati hanno scosso il nostro pianeta, uno a Baghdad che ha visto vittime bambini, e un altro in Pakistan, a Lahore dove un kamikaze si è fatto saltare in un parco vittimizzando cristiani e musulmani nel giorno di Pasqua.
Una domanda che mi sorge spontanea a questo punto è: quanto deve essere vicino a noi un fatto per poter fare notizia? Per quale motivo gli attentati in Pakistan e Iraq ci fanno indignare meno rispetto a Parigi e Bruxelles? O forse siamo sempre più condizionati dai media e da ciò che ci mostrano? Una cosa è certa. Ci lasciamo manipolare e così ci troviamo ad avere a che fare con morti di serie A e morti di serie B, basandoci sulla teoria della vicinanza geografica senza contare che le famiglie dei bambini iracheni ora piangono i loro figli tanto quanto le famiglie delle vittime a Bruxelles.
Sono passati cinque anni dallo scoppio della guerra in Siria e si contano più di 250 mila vittime. Tuttavia questo numero sembra non suscitare emozioni e poco importa se altrettante persone sono morte cercando di attraversare il mare per raggiungere l’Europa.
Speriamo che un giorno ci si renda conto che tutto questo egoismo porta solo al male, e che magari coloro che si fanno condizionare dal mondo digitale si rendano conto di che cosa sta succedendo realmente.

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