Cosa ci rende umani se non il nostro cervello? Esso fa di noi tutto ciò che siamo, ci conferisce pregi e difetti e ci guida nella vita di ogni giorno. Se dovessi scegliere un punto del mio corpo in cui l’anima dovrebbe risiedere indicherei senza dubbio la mia testa. Eppure non abbiamo ancora la minima idea di come funzioni il nostro cervello. Ne conosciamo qualche aspetto (neuroni, endorfine, sinapsi…), ma non sappiamo niente di più.
Dunque cosa intendiamo per intelligenza artificiale? Si tratta di attribuire a macchine inorganiche la facoltà di pensare, migliorarsi, apprendere e rispondere agli stimoli esterni al pari di un qualunque essere vivente. Alcuni degli scrittori più arditi hanno anche ipotizzato di riuscire a donare a queste macchine la creatività, ma rimane un piccolo problema: cos’è la creatività? L’adattamento è una qualità riproducibile (se la macchina fa uno sbaglio analizza la situazione e cerca di evitarla in futuro), ma la creatività? Non sappiamo cosa sia o da dove nasca, non sappiamo cosa ci dà il senso della bellezza (visiva, uditiva, olfattiva…), né tantomeno come riprodurre artificialmente qualcosa di simile. Per cui, nonostante la mia “vena fantascientifica”, parlerò di robot e intelligenza artificiale come di un puro processo di apprendimento e adattamento agli stimoli (che Asimov mi perdoni!).
Fiumi d’inchiostro sono stati versati su questo argomento affascinante e misterioso, soprattutto per il cosiddetto “complesso di Frankenstein”, ovvero il timore che le nostre creature, i robot, acquisita una mente superiore alla nostra, possano rivoltarsi contro di noi. Chi non ha mai letto un libro o visto un film che tratti il tema dell’apocalisse robotica? Tuttavia non è questo a preoccupare coloro i quali vedono i robot come una minaccia (intesi come macchine non pensanti), bensì il rischio che questi automi possano presto soppiantare il lavoro umano. La parola “automa”, derivante da “automatico”, dal greco “che si muove da solo”, indica qualcosa che non ha bisogno di supporti esterni ed è completamente, appunto, autonoma. Il timore sta nel fatto che la disoccupazione, dovuta all’aumento demografico “biologico” e “robotico”, salga a livelli astronomici e che la maggior parte della popolazione venga ridotta ad uno stato di povertà. La paura è più che giustificata, dal momento che questi robot si riveleranno estremamente utili e, soprattutto, economici nei settori dell’industria in cui lavorano più persone e, in particolare, negli impianti di montaggio dove vengono svolte azioni ripetitive e sempre uguali, che un robot potrebbe apprendere e riprodurre facilmente e con più efficienza degli “imperfetti umani”. Se il famoso detto “sono gli errori che ci rendono umani” dice il vero, non possiamo che essere d’accordo con la diffusione di macchine impeccabili e precise al micrometro che promettono di portare l’industria ad un livello superiore dal punto di vista quantitativo e qualitativo. Già da molto tempo la celebre catena di montaggio Ford è stata completamente robotizzata ed è decisamente raro, se non impossibile al giorno d’oggi, trovare qualche umano che assembli componenti di automobili vicino a un nastro trasportatore.
Da qui viene il rovescio della medaglia: la disoccupazione, appunto. Avendo la possibilità di utilizzare delle macchine perfette, difficilmente i dirigenti delle grandi e piccole industrie decideranno di tenere i meno produttivi operai “biologici” e le strade di moltissime città verranno invase da disoccupati, che presto potrebbero dare inizio a violente rivolte che sarà difficile fronteggiare. Se l’uso indiscriminato di robot si spingerà oltre una certa soglia potremmo ritrovarci in situazioni molto gravi: sommando alla povertà l’occupazione dei posti degli umani da parte dei robot e la devastazione delle città da parte dei rivoltosi potremmo ritrovarci su un pianeta abitato da umani e robot in un rapporto di 1:20000 come nella situazione descritta nel libro “Il sole nudo” di Isaac Asimov.
Tuttavia, non dobbiamo pensare che questo scenario pseudo-apocalittico sia inevitabile. Prendendo ancora come esempio la catena di montaggio Ford, ci dobbiamo ricordare che l’avvento dei robot ha portato sì ad un calo dei posti di lavoro attorno a quel famoso nastro trasportatore, ma ne ha creati moltissimi nuovi dietro alle macchine: nelle cabine di controllo, per la manutenzione, l’organizzazione dei lavori, la programmazione, l’invenzione di nuove macchine, … tutto ciò si traduce in un aumento dell’occupazione che può compensare i posti presi dai robot (anche se difficilmente potranno pareggiare i posti persi e quelli guadagnati). Anche oggi ci troviamo davanti ad una situazione del genere: quando gli avveniristici robot dotati di intelligenza artificiale entreranno a far parte del nostro mondo e ad occupare i settori più faticosi e difficili dell’industria, noi umani saremo sempre dietro alle consolle a dirigere i lavori e a vigilare sui nostri servi d’acciaio che svolgeranno gli incarichi pesanti. Forse non tutti saranno soddisfatti (ricordiamoci che di norma un buon compromesso lascia tutti con la “smorfia”) ma basti pensare alla nuova ondata di settori che con l’arrivo dei robot sorgeranno nel campo dell’elettronica, informatica, ingegneria, neuroscienze e le svariate applicazioni a molte altre discipline scientifiche.
Così facendo dovremmo riuscire a trovare un compromesso. Un rapporto di reciproca assistenza, di mutuo aiuto, di convivenza con i venturi abitanti di questo mondo.

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